IL SUD DI PAPALEO ALL’AMBRA JOVINELLI
MOLTO DIVERTENTE IL SUO TEATRO-CANZONE
di Alessandro Tozzi
ROCCO
PAPALEO & VALTER LUPO – UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE
Regia Valter Lupo
Con Rocco Papaleo, Arturo Valiante, Francesco Accardo, Gerry Accardo, Guerino Rondolone
Roma, Teatro Ambra Jovinelli, dal 24 novembre al 4 dicembre 2011
Reduce dal successo nazionale di Basilicata coast to coast, suo esordio cinematografico alla regia, Rocco Papaleo torna al teatro dopo qualche tempo, perché per sua stessa ammissione solo il teatro ha l’emozione del presente, dell’evento che si consuma sul palco, l’adrenalina degli occhi degli spettatori. E’ più vivo.
Tanta è la sua voglia di teatro che non si ritira in camerino a concentrarsi prima di cominciare, ma attende in platea a luci accese, saluta, sorride, firma autografi, insieme ai 4 egregi musicisti che lo accompagnano in questa riuscitissima formula di teatro-canzone: Arturo Valiante al pianoforte, Francesco Accardo alla chitarra, Gerry Accardo alle percussioni e Guerino Rondolone al contrabbasso.
Il
primo brano viene eseguito proprio giù dal palco, è forte il desiderio di
tastare gli umori del pubblico, dopo aver sapientemente pungolato con una breve
chiacchierata introduttiva. Inizia perciò Vite sottosopra, primo di una
lunga serie di brani in cui si accavallano ricordi dell’infanzia,
dell’adolescenza, delle vacanze, delle prime esperienze nel mondo dello
spettacolo.
Il ritmo non è serrato e questo rende ancor più onore all’abilità di entertainer di Papaleo e del regista Valter Lupo, volto non certo nuovo per l’Ambra Jovinelli; presi in giro anche i musicisti stessi, addirittura il percussionista Gerry Accardo che a quanto pare rischia il posto perché incombe su di lui l’ombra del figlio di Papaleo stesso, percussionista in erba.
Il Sud è sempre sullo sfondo, con le sue unicità, le sue malinconie, anche coi suoi guai, con certe sue emarginazioni, dunque sorridendo sorridendo anche l’amore per un meridione ancora in difficoltà. Il teatro-canzone, o la canzone-teatro se preferite, è il miglior modo per esprimere tutto ciò perché, sostiene Papaleo, la canzone non ha pretese, ti entra in testa se vuoi farla entrare, ti avvolge se ti va, ti accarezza mollemente, ma non è mai invadente. Quando però colpisce nel segno il messaggio arriva più chiaro che mai.
E
farla dal vivo ha sempre quel valore aggiunto in più, quella famosa empatia da
creare con il pubblico; come nel gran finale quando il teatro stracolmo si alza
in piedi e canta Tuf, tutuf, tutuf, tuf mimando perfino i gesti di Rocco
Papaleo e Chiara Civello che lo raggiunge sul palco fornendogli la sua
inebriante voce in appoggio.
Come un grande calore viene sprigionato dal duetto con Rodolfo Laganà, accalappiato direttamente dal suo posto, per l’interpretazione di Ma che davero davero, pezzo storico retrodatato ai primi incontri tra i due.
Nel mezzo tra questi momenti topici, i racconti del campeggio, delle vacanze, allusioni a sfondo sessuale, l’interpretazione canora di Uno qualsiasi, tipica storia di mediocrità di un certo Sud, cantata un po’ per ridere e forse anche un po’ per protestare, chissà.
Tutto ben congegnato, nessun ingegnere avrebbe potuto assemblare meglio musica, parole e simpatia.