PETER GABRIEL ANCORA CON ORCHESTRA
STAVOLTA COL SUO REPERTORIO
di Alessandro Tozzi
PETER
GABRIEL – NEW BLOOD – REAL WORLD/EMI - 2011
Produzione: Peter Gabriel
Formazione: Peter Gabriel – voce + la New Blood Orchestra diretta da Ben Foster e dall’arrangiatore John Metcalfe
Titoli: 1 – The rhythm of the heat; 2 – Downside up (featuring Melanie Gabriel); 3 – San Jacinto; 4 – Intruder; 5 – Wallflower; 6 – In your eyes; 7 – Mercy Street; 8 – Red rain; 9 – Darkness; 10 – Don’t give up (featuring Ane Brun); 11 – Digging in the dirt; 12 – The nest that sailed the sky; 13 – A quiet moment; 14 – Solsbury Hill (bonus track)
Settantasette minuti di autocelebrazione, questo New blood, figlio naturale di quello Scratch my back di poco più di un anno prima.
Ma non è vanagloria, quella di Peter Gabriel, per il sottoscritto unico caso al mondo di solista che fa meglio del gruppo di militanza storica, i Genesis, ma piuttosto il fatto di fare musica per sé stesso e ben poco curando gli aspetti commerciali del farla. Basterà riflettere ricordando che l’ultimo album di inediti veri risale al 2002, era quell’Up così fortunato, condito anche da una strabiliante apparizione al Festival di Sanremo. Ma Peter Gabriel non ha mai sofferto le critiche sui suoi tempi biblici, si è sempre dichiarato lento e felice così, un ricercatore di perfezione.
Dunque
dopo un disco di cover di brani altrui in versione orchestrale e dopo un
riuscitissimo tour a seguire che si concludeva proprio con un set orchestrale,
ecco automatica l’autocitazione. Ecco automatico lo sfoggio delle notevoli
cognizioni, tecniche, esperienze acquisite negli anni nel fare musica.
Allora riascoltiamo The rhythm of the heat arricchita di effetti apocalittici: inquietante, direi addirittura agonizzante, soprattutto perché svuotata di qualsiasi chitarra e di qualsiasi batteria. Con la stessa logica viene introdotto l’arrangiamento di Intruder, infarcita di altri lamenti e altra suspence.
San Jacinto vede il fluttuare del pianoforte a sostituire le parti elettroniche dell’originale, Darkness rivela una voce di Gabriel più cavernosa del solito.
Interessanti
i duetti, con la figlia Melanie per Downside up, privata del ritornello
principale, e con Ane Brun, norvegese dalla voce acidula per Don’t give up.
Tutto interessante e segnale di grandissima conoscenza del mestiere, però sorgono dei dubbi: poteva essere proposto direttamente un live orchestrale visto che l’ultimo tour prevedeva sempre almeno un’ora di orchestra? Oppure: dopo nove anni dall’ultimo album effettivo e una compilation di cover orchestrali non c’era niente di meglio che un disco di cover di sè stesso? Peter Gabriel ha preso delle distanze definitive dal rock?
Va bene la creatività, va bene fregarsene del mercato, ma la prossima uscita di Peter Gabriel dovrà essere quella della verità: le idee ci sono ancora o no?