Poetry
Imparare a guardare
di Claudia Pandolfi
Titolo
originale: Poetry, Corea del Sud,
2010,
Drammatico, durata 139' Regia di Chang-dong Lee
Con Jeong-hie Yun, Nae-sang Ahn, Da-wit Lee, Hira Kim, Young-taek Kim
Affidandosi all'esperienza di Yoon Hee-Jeong - vero monumento del cinema coreano - l'autore di Poetry le consegna il peso del suo nuovo film, incentrato interamente sulla protagonista femminile, Mija. Un'interpretazione straordinaria, che integrandosi con l'altrettanto ottimo lavoro di Lee Chang-dong, dà vita ad un film articolato e pulsante.
“Poetry” è uno dei film asiatici più attesi della stagione e sarà presente anche al famoso Far East Festival di Udine dedicato appunto al cinema del mondo orientale.
Una ragazza si è appena gettata da un ponte. Yang Mija, una donna di 66 anni che vive con suo nipote e lavora come badante di un uomo emiplegico, subisce sulla propria pelle il dolore della perdita, come se quella ragazza avesse fatto parte della sua vita. Alla donna viene diagnosticato l’Alzheimer e contemporaneamente scopre la responsabilità da parte del nipote riguardo la violenza subita dalla ragazza prima del suicidio. Mija trova in un corso di poesia il rifugio dal dolore e dalle brutture della vita, in un mondo che non accetta e non concepisce più né la poesia né tantomeno chi tenta di avvicinarsi ad essa.
“Poetry”
è un film sul dolore della e nella poesia. Lee Chang-dong, regista
coreano di spicco più noto in patria che qui in Italia, premiato al Festival di
Cannes per la sceneggiatura di questo film, raffigura tutto il dolore sul volto
della protagonista Mija, pesante come un fardello da condurre sulle
proprie spalle fino alla fine dei giorni. Mija arranca nel mezzo delle
incomprensioni e dell’incomprensibilità nei riguardi di una scelta che rende la
donna stravagante agli occhi della gente che la circonda. C’è da dire che i
facili simboli dei fiori e della natura in tutta la sua essenza e vastità
risultano di semplicistica lettura, e la poesia scaturisce il più delle volte
dalle parole di una sceneggiatura (è il punto forte del film) che è piuttosto
scrupolosa nell’esemplificare la svagatezza di un pensiero, di un percorso, e di
una sorta di sogno ad occhi aperti che tocca chi vi si pone per la prima volta.
Gli incontri di studio sulla poesia hanno la semplicità didattica del vecchio mondo che Chang-dong tiene bene a memoria, ossia la curiosità per le piccole cose e per l’inafferrabilità del reale, sempre incompreso; realtà inafferrabile e inaccessibile che non può essere né definita né pianificata. Funziona un po’ come per il percorso di congiungimento con l’ispirazione, che arriva quando meno te lo aspetti. Nella regia vi è un’aderenza meditata, pacata e un po’ soporifera; manca forse il tocco magico della mano di un Kim Ki-duk (dato che siamo in tema di poesia), ma il film funziona lo stesso perché si appoggia innanzitutto sulle spalle della bravissima attrice protagonista Yoon Jeong-hee, popolarissima in patria, interprete della bellezza di 330 film con numerosi premi all’attivo. E non solo, funziona anche perché ci parla di poesia in maniera non convenzionale, cercando di toccare il tasto giusto, quello più intimo, dov’è racchiusa l’emozione che si tende a non voler aprire perché non conforme ai canoni della società.
“Poetry” si può considerare un fatto di cronaca reale, e lo stesso regista ammette di essersi ispirato ad una vicenda avvenuta proprio in Corea, uno stato dove però queste cose non avvengono tanto spesso.
Le parti migliori del film sono l’inizio e la fine. L’epilogo mette in scena la vera disperazione dell’indiretta protagonista del lungometraggio, la piccola che è stata tormentata fino alla più tragica delle decisioni. Il suo sguardo in macchina è intenso e commovente e chiunque diventa in qualche modo testimone del suo folle gesto e dei suoi sentimenti. Non c’è bisogno di parole, ma la poesia da lei recitata ci fa scoprire il significato totale della sua storia, e il cerchio si chiude.