LA SOLITA SORPRESA DEI RADIOHEAD
STAVOLTA ANCHE NEL CONTENUTO
di Alessandro Tozzi
RADIOHEAD
– THE KING OF LIMBS – TICKER TAPE, XL, TBD, HOSTESS ENTERTAINMENT - 2011
Produzione: Nigel Godrich
Formazione: Thom Yorke – voce, chitarra e piano; Jonny Greenwood – chitarra e tastiere; Ed O’Brien – chitarra, voce armonica e cori; Colin Greenwood – basso e tastiere; Phil Selway – batteria, percussioni e cori
Titoli: 1 – Bloom; 2 – Morning Mr. Magpie; 3 – Little by little; 4 – Feral; 5 – Lotus flower; 6 – Codex; 7 – Give up the ghost; 8 – Separator
Annunciato e pubblicato quasi a sorpresa, come da sempiterna abitudine del gruppo, questo The king of limbs si candida ad essere il lavoro di gran lungo più duro da metabolizzare del Radiohead, e forse per questo più intrigante.
C’è tutto quel che riguarda e ha finora riguardato il mondo Radiohead in questo disco, ma tutto in una dimensione nuova.
L’apertura
affidata a Bloom si avvale di un’ipnotico piano che cresce molto
lentamente fino ad essere raggiunto dalla voce di Yorke, un sussurro un po’
dolce un po’ inquieto, mentre i tempi ritmici iniziano la loro camminata,
anch’essa lenta ed irregolare.
Effetti vari, suoni lontani, vaghi, ben poco definiti caratterizzano spesso il disco, come ad esempio si avverte in Little by little, con il cantato che asseconda costantemente questa sorta di distacco.
Codex è senz’altro l’episodio più cupo, sempre col piano che sale pian piano per poi accompagnarsi con archi e fiati; chicca assoluta, con la voce ad emettere ululati insieme a parole. Il brano che su tutti rappresenta il desiderio della band di uscire dallo schema della canzone vera e propria: sembra proprio che i Radiohead qui abbiano voluto musicare sensazioni. Ne è prova la citata irregolarità, la frammentazione in atmosfere diverse; difficile anche capire con certezza gli strumenti usati per ogni suono.
Anche
la batteria “automatica” di Feral, col suo ritmo che impazzisce e
rinsavisce, ma soprattutto la nenia di Give up the ghost, un continuo di
effetti ammalianti, di sussurri, intimità trasferite in musica.
Non canzoni ma carezze vocali, teneri baci dispensati qua e là dai musicisti, autori tutti di una buona performance, piccole solleticate che in qualche modo invogliano ad un successivo riascolto.
In questo disco compaiono delle chitarre, ma precisiamolo, non chitarre rock; il vocabolo “rock” va messo da parte prima di mettersi all’ascolto di questo album, perché sarebbe fuorviante, nonostante i trascorsi dei Radiohead.
Un disco certamente duro da digerire ma di ottimo livello per i cultori del genere, intimista ma non malinconico.
Suggerisco di ascoltarlo guardando dalla finestra quando piove.