REAL STEEL, LA ROBOT BOXE
SPORT DEL FUTURO?
di Alessandro Tozzi
REAL
STEEL
Regia Shawn Levy
Con Hugh Jackman, Dakota Goyo, Evangeline Lilly, Anthony Mackie, Kevin Duran, Hope Davis, Olga Fonda, James Rebhorn, David Alan Basche, Karl Yune
Azione, USA, durata 127 minuti – Walt Disney – uscita venerdi 25 novembre 2011
Chissà se sarà uno sport vero in futuro, per ora ho notizia solo di videogiochi, ma chissà… In questo film a scambiarsi pugni sono i robot, guidati dagli uomini in un videogioco più realistico del solito.
Charlie Kenton (Hugh Jackman) è un ex pugile piuttosto in bolletta e riceve notizia della morte dell’ex moglie, che non vede da dieci anni, e così le pratiche legali lo riportano dinanzi al figlio Max, che aveva appena avuto il tempo di veder nascere, e che ora ha undici anni.
Padre e figlio a poco a poco si riscoprono l’uno con l’altro sotto la bandiera della passione comune per la robot boxe, sport che nel 2020 circa ha sostituito la boxe tradizionale per organizzare spettacoli sempre più violenti senza che nessuno si faccia male.
Si, perché dopo il ritiro dal ring Charlie si è riciclato appunto nel nuovo sport, e assembla robot da far combattere in incontri amatoriali, per guadagnarsi da vivere; il fatto è che il vento soffia contrario, e dopo aver visto cadere a pezzi un paio di “allievi” la situazione è disperata, i debiti incombono e non sempre si tratta di creditori che agiscono per via legale, c’è anche qualcuno che ricorre a metodi più “sbrigativi”.
Spunta
allora la cognizione tecnologica di Max, che riciclando pezzi e software di un
antico modello (di quelli “di una volta”, del 2014, che somigliavano molto
all’uomo) dà vita ad Atom, un robot in grado di eseguire comandi vocali e
visivi, cioè prende ordini dalla voce di Max o dai gesti di chi gli si pone come
suo “padrone”.
E’ qui che nasce a mio avviso la scena più suggestiva del film, quando Max collauda questa opzione ballando insieme ad Atom, che copia alla perfezione tutti i suoi movimenti.
Si crea proprio un feeling tra uomo e macchina, anzi tra bambino e macchina, perché Max crede fermamente nelle chances di Atom, contro lo scetticismo del padre; per una volta la macchina non deve insubordinarsi.
Con
queste facoltà l’escalation di Atom è velocissima ed arriva presto ad affrontare
il campione mondiale Zeus, comandato dal genio informatico Tak Mashido (Karl
Yune), finora imbattuto perché, a detta del suo creatore, in grado di
autoriprogrammarsi istantaneamente a seconda dell’avversario da combattere.
Un elemento fondamentale del film dovrebbe essere la riunione tra padre e figlio dopo dieci anni, ma svanisce subito per lasciare spazio all’entusiasmo della carriera di Atom e forse è un peccato. Al di là di qualche sguardo o parola di circostanza nessuna commozione particolare.
Alla
fine la figura centrale della storia è proprio il giovanissimo attore, mentre
non ho visto eccellere nessuno degli adulti. Neanche la correttezza sportiva è
così in risalto, con tutte le giocate e i premi in ballo l’aspetto economico
sopravanza di gran lunga quello sportivo, per quel che di sportivo si può
trovare nell’”allenare” un robot.
Direi un film e uno sport molto americani; solo negli States si possono riempire gli stadi con una lotta tra giganti di ferro.