“ROCKAHOLIC” E’ IL NUOVO WARRANT

ASSO NELLA MANICA IL NUOVO SINGER

 

di Alessandro Tozzi

 

WARRANT – ROCKAHOLIC – FRONTIERS - 2011

Produzione: Keith Olsen

Formazione: Robert Mason – voce; Erik Turner – chitarra e cori; Joey Allen – chitarra e cori; Jerry Dixon – basso e cori; Steven Sweet – batteria

Titoli: 1 – Sex ain’t love; 2 – Innocence gone; 3 – Snake; 4 – Dusty’s revenge; 5 – Home; 6 – What love can do; 7 – Life’s a song; 8 – Show must go on; 9 – Cocaine freight train; 10 – Found forever; 11 – Candy man; 12 – Sunshine; 13 – Tears in the city; 14 – The last straw

 

Warrant, altro tentativo di rinascita dopo il flop di Born again di 5 anni fa. Stessa formazione per 4/5 ma l’unico cambio è fondamentale, perché il microfono passa a Robert Mason (dai Lynch Mob) in luogo di Jaime St. James, tornato all’ovile (i Black & Blue).

Si parte forte con Sex ain’t love, Mason si presenta benissimo, il pezzo è tirato, si torna subito a respirare anni ’80; il ritornello acchiappa, la voce attacca alla gola all’inizio, poi cala, si fa leggermente più roca, ma al punto giusto. Snake è il pezzo che presenta la voce più pulita dell’album, ottimo anche il lavoro chitarristico Turner/Allen.

La doppia interpretazione vocale è protagonista anche di Cocaine freight man, anche qui appoggiata da un ottimo incedere delle chitarre, senza nei come le sezione ritmica.

In onore della tradizione sono varie anche le ballad o comunque episodi più lenti e melodici: personalmente ne trovo abbastanza interessanti almeno due, belle per le melodie e per l’uso della voce più sommessa e spesso accompagnata dai cori a tre, cioè Dusty’s revenge e Candy man, mentre ad esempio mi lascia più perplesso Home, nonostante il suo tentativo di divagazione senza però una precisa direzione. Però la conclusione è riservata degnamente ai ritmi sostenuti di The last straw.

Al tirar delle somme si tratta di un disco che convince solo in parte, concentrando all’inizio molte delle principali idee del gruppo. E’ un disco onesto ma forse alla fine scontato, meglio dello sfortunato predecessore ma non avvicinabile ai successi veri degli anni ’90, nonostante l’ugola di Mason. Una buona metà dei pezzi si fa ascoltare una volta senza sofferenze, ma difficilmente la seconda. Da ricordare davvero solo Sex ain’t love e Snake

Non ci sono nemmeno episodi scandalosi, questo è un disco, anzi direi un gruppo, che può definirsi radiofonico: ti può accompagnare per ore, può esaltarti in qualche momento e annoiarti mai o quasi.

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