IL “SENSO” DELL’AMORE AL TEATRO CASSIA
ISABELLA GIANNONE MATTATRICE
di Alessandro Tozzi
GIANNI
GUARDIGLI – SENSO liberamente ispirato alla novella di Camillo Boito
Regia Francesco Branchetti
Con Isabella Giannone
Produzione Associazione Culturale Foxtrot Golf
Roma, Teatro Cassia, dal 20 al 22 maggio 2011
Siamo nel 1960 in Via Merulana a Roma. La contessa Livia Serpieri (magnificamente interpretata da Isabella Giannone) è in evidente stato confusionale, scrive, ricorda, s’inquieta, piange, si dispera, a tratti ricorda dolcemente.
Ricorda una fase della sua vita così particolare, con quella Roma devastata dalla guerra nel 1944, poco prima della resa finale, ma dal punto di vista personale tanto gratificante, in quanto riempita a sazietà dall’amore per l’ufficiale tedesco Remo Waldner. A poco valgono adesso le misere attenzioni di un marito molto più anziano, sposato per convenzione e non certo per amore, o quelle di avvocato molto più giovane.
L’amore
vero, il treno spesso unico che passa nella propria vita, era quello. E
purtroppo si rivela mal riposto, perché arriva d’un tratto, nell’affannosa
ricostruzione della contessa, l’amarissima scoperta dell’infame tradimento.
Così, dopo l’amore e dopo il sostegno, anche economico, donato di buon grado all’amato, scatta la sete di vendetta, la più atroce, sotto forma di denuncia al generale Autmann. Già, perché i poteri della contessa hanno procurato all’ufficiale un falso certificato medico che sta per dargli il congedo, ma a questo punto la contessa stessa, in bilico tra amore e odio, lo smaschera conducendolo così alla fucilazione, alla quale assiste in preda ad una valanga di sentimenti contrastanti.
E’
la violenta storia di un amore sbagliato, problema eterno e universale, condotta
magistralmente da Isabella Giannone per più di un’ora, tenendo la scena da sola,
con un sapiente uso delle inflessioni e dei gesti, mai troppo ampi né troppo
bruschi perché la sua è una follia quasi lucida, lei ricorda, scrive, si
affligge ma non è veramente pazza, se non d’amore.
Ha fatto giustiziare l’uomo che amava rendendosene conto.
La scena consiste in 3 fantocci inespressivi, una brandina a ricordo di quei clandestini incontri, uno scrittoio ammuffito; un locale che sembra abbandonato ma forse è rimasto istantaneamente a quel tragico giorno.
Regia e musiche rendono ancor più unico lo spettacolo, luci sempre soffuse o molto parziali, musiche lugubri, sintonia tra corpo e voce dell’interprete, nella sua irrisolvibile contraddizione e nella certezza che mai più potrà tornare quel sentimento nel cuore.
Una rappresentazione grandiosa per il valore di tutto il gruppo e per il fatto di essere davvero poco convenzionale.