LUIGI DE FILIPPO SENZA QUATTRINI
LA STORICA COMMEDIA ALL’AMBRA JOVINELLI
di Alessandro Tozzi
ARMANDO
CURCIO – A CHE SERVONO QUESTI QUATTRINI?
Riduzione Peppino De Filippo
Regia Luigi De Filippo
Con Luigi De Filippo, Riccardo Feola, Fabiana Russo, Stefania Ventura, Paolo Pietrantonio, Gennaro De Biase, Vincenzo De Luca, Michele Sibilio, Stefania Aluzzi, Roberta Misticone, Marisa Carluccio
Compagnia di Teatro di Luigi De Filippo
Roma, Teatro Ambra Jovinelli, dal 26 dicembre 2011 al 15 gennaio 2012
Ad essere poveri non c’è nulla di male, anzi… Bisogna solo che gli altri non lo sappiano.
Questa è la lezione di vita impartita dall’autore Armando Curcio e trasmessa di padre in figlio dai De Filippo, Eduardo, Peppino e ora Luigi, fresco di “nomina” a direttore artistico del Nuovo Teatro Parioli.
Nell’occasione veste i panni del nobile decaduto Eduardo Parascandoli, ma viene appellato semplicemente “’O Professore” per la sua serenità nell’essere diventato povero, da ricco marchese che era, dopo aver senza alcun rimpianto scialacquato un patrimonio; ma anche per la sua propensione a dispensare massime e lezioni di vita concentrate in poche parole.
E’ il 15 aprile 1951 e la zia Carmela (Stefania Ventura) è disperata perché da tre mesi il nipote Vincenzino Esposito (Paolo Pietrantonio) ha lasciando il lavoro e va bighellonando col Professore e l’altro “seguace” Marco (Gennaro De Biase), sospettando che vivano di imbrogli. Lo spettro della fame incombe.
A
peggiorare le cose arrivano creditori a reclamare quanto dovuto, come il sarto e
soprattutto don Ferdinando De Rosa, boss del paese alquanto infastidito dalle
mire di Vincenzino sulla sorella Rachelina.
Quando tutto sembra perduto arriva un’eredità del fantomatico zio d’America; è tutta una manovra del Professore ma questo basta a dar vita ad un secondo atto in cui il comportamento di tutto il paese nei confronti del tontolone Vincenzino (“curiuse” come viene definito da alcuni dei personaggi in scena) cambia completamente.
Paolo Pietrantonio è superlativo nel personaggio, a cavallo tra Jerry Lewis e Totò in certe uscite e anche in certe goffaggini nei movimenti, un contraltare perfetto per la calma serafica del Professore, quello che la sa lunga, quello che ha sempre la soluzione buona per tutti, quello che non alza mai la voce, ma sentenzia che le corna sono un “fastidio borghese”, oppure che l’amore presenta “un anno di fuoco e una vita di cenere”. E’ con lui che tutti parlano quando hanno un problema.
Ora che è creduto ricco, Vincenzino entra nelle grazie di tutti i creditori, che ora gli concedono tutto il tempo che vuole, e anche in quelle di don Ferdinando, che adesso addirittura lo prega di prendersi Rachelina in sposa; già, perché c’è sotto anche un’operazione commerciale da fare, e anche per quella si chiederanno lumi al Professore.
Bravissimi tutti e bellissimo spettacolo, che racchiude in sé tutto il meglio di Napoli che forse solo il teatro sa dare; ad esempio ‘O Professore fa una precisa e circostanziata teorizzazione del far niente, che richiede tecnica, applicazione, talento, mica è roba per tutti!
Al
di là del valore in sé della commedia, indiscusso e lo certificano i 70 anni di
rappresentazioni, non posso evitare una menzione speciale per Paolo Pietrantonio:
fare il deficiente in modo così plateale è un risultato notevole, gelatinato ed
impomatato come il miglior Jerry Lewis e buono a nulla forse un po’ anomalo,
vista la fama internazionale di cui godono i napoletani per l’arte di
arrangiarsi.
Spettacolo da vedere, non c’è bisogno di essere napoletani per apprezzarlo.