SUPERHEAVY, UN SUPERGRUPPO
CINQUE MOSTRI DEL LORO GENERE INSIEME
di Alessandro Tozzi
SUPERHEAVY
– SUPERHEAVY – A & M RECORDS - 2011
Produzione: Mick Jagger & Dave Stewart
Formazione: Mick Jagger – voce, chitarra e armonica; Joss Stone: voce; Damian “Jr Gong” Marley – voce; Dave Stewart – chitarra; A.R. Rahman – voce, piano e sintetizzatori + vari turnisti
Titoli: 1 – Superheavy; 2 – Unbelievable; 3 – Miracle worker; 4 – Energy; 5 – Satymeva jayathe; 6 – One day one night; 7 – Never gonna change; 8 – Beautiful people; 9 – Rock me gently; 10 – I can’t take it no more; 11 – I don’t mind; 12 – World keeps turning
La
prima sensazione che ho avuto iniziando l’ascolto di questo disco è stata simile
a quella che ho avuto nel 1986, quando gli Aerosmith incidevano una nuova
versione di Walk this way in compagnia dei Run DMC facendo forse storcere
il naso ai puristi dei rispettivi generi, ma confezionando a mio avviso un
prodotto eccezionale.
Il paragone è senza dubbio eccessivo, sia per il risultato ottenuto, buono ma non epocale come allora, sia perché in un certo senso questo progetto si presentava ancor più ambizioso: l’affascinante idea è stata di Dave Stewart, conosciuto per i trascorsi negli Eurythmics ma qui in veste di chitarrista e direttore artistico/tecnico dell’intera operazione.
Il
concetto base è quello di unire musicisti tra loro molto diversi per genere di
appartenenza, etnia, età, estrazione per un risultato multistrato, una sorta di
“incrocio” in cui però, questa è la mia impressione, le radici diverse si
sovrappongono piuttosto che fondersi, si ascoltano una alla volta in separata
sede ma senza mescolarsi. Credo questo sia stato l’intento, e credo anche che
sia molto più logico.
I “convocati” alla gran partita sono Mick Jagger, leggenda vivente del rock,
Joss Stone, giovane e promettente voce del soul, Damian Marley, uno dei 13 figli
del capostipite del reggae, e A.R. Rahman, stimatissimo compositore e musicista
di stampo orientale. A corredo del tutto una serie di strumentisti aggiuntivi,
laddove la sperimentazione si fa più audace.
I cinque fanno gruppo nel modo giusto, nessuno cerca un eccessivo protagonismo, e così il disco va qualificato come buono, per la garanzia di qualità proveniente da nomi così altisonanti e per gli ingredienti contenuti, tutti di alto livello.
Allora
l’album attacca con l’omonima Superheavy e con Rahman che parte in quarta
con un rap che mi ha ricordato un certo Dr. Alban dai suoni afro-arabi, almeno
fino alla seconda strofa in cui entra Jagger, inconfondibile.
Segue l’intrigante Unbelievable con dei suoni campionati che fanno da sfondo alla voce di Jagger e al controcanto della Stone, bravissima anche in un episodio tenero e accomodante come Rock me gently, ma anche nei graffi più lancinanti che aprono I can’t take it no more, scritto solista di Jagger, l’unico del disco, che avrebbe ben figurato in un lavoro dei Rolling Stones, forse l’unico brano riconducibile al rock. Un altro elemento tipico di Jagger è l’armonica di Energy, in cui però ad un certo punto sorprende tutti rappando anche lui.
Il
singolo selezionato è Miracle worker, pseudo-reggae dominato ovviamente
da Marley jr., mentre la parte del leone a Rahman spetta in Satyameva Javathe,
un po’ atipica ma pur sempre arabo-indiana. Poi duetta con Jagger in One
day one night, sotto la spinta incessante dei lamenti della Stone, modello
novella Tina Turner.
La chitarra e la guida sicura di Stewart sono onnipresenti.
Il bello è che davvero tutti e cinque hanno abbandonato dal principio ogni
egocentrismo, volendo davvero fare un disco dei Superheavy come gruppo a sé.
Mettendoci ognuno quel che aveva. Poi sarà il tempo e il successo che ne
deriverà a stabilire se sarà stata solo una parentesi o se è nata una nuova band
piuttosto particolare.