THE TREATMENT, INGLESI DI UNA VOLTA

GIOVANISSIMI MA CLASSICI IN QUESTO DEBUTTO

 

di Alessandro Tozzi

 

THE TREATMENT – THIS MIGHT HURT – SPINEFARM RECORDS - 2011

Produzione: Laurie Mansworth

Formazione: Matt Jones – voce; Ben Brookland - chitarra; Tagore Grey – chitarra; Swoggle – basso; Dhani Mansworth – batteria

Titoli: 1 – Departed; 2 – The doctor; 3 – I want love; 4 – Just tell me why; 5 – D***k, f**k, f***t; 6 – Nothing to lose but our minds; 7 – Shake the mountain; 8 – I fear nothing; 9 – Winter sun; 10 – Lady of the light; 11 – Road rocket; 12 – Stone cold love; 13 – I will be there (bonus track); 14 – Just tell me why (acoustic bonus track)

 

Sotto il rassicurante ombrello di Steve Harris, leggendario bassista degli Iron Maiden che gli ha fornito gli studi di registrazione, questo quintetto inglese sforna un debut-album che fa sul serio sperare che stia per nascere una stella, vista soprattutto giovane età dei cinque The Treatment.

Tra tante sfaccettature, sottoclassificazioni e precisazioni finalmente un gruppo nuovo che fa un hard rock classico! Ma lo fa con tutti gli elementi al proprio posto, e soprattutto con pezzi di alto livello.

Il ritmo dell’opener Departed è subito ai limiti del punk, è veloce ma il sound è classico davvero, la voce di Matt Jones è cavernosa come quella di un vecchietto dalla vita sciupata ma ci sta benissimo, ricorda quella di Josh Todd dei Buckcherry in alcuni episodi meno tirati (meravigliosa la successiva The doctor col suo coretto acchiapposo o la più tenera Just tell me why), chissà se tra qualche anno saremo ai livelli di un certo Lemmy…

Ma l’atto di forza principale del giovanissimo cantante è proprio Just tell me why, regalata anche come bonus track acustica, voce più limpida, voce che comanda.

Molti pezzi sono accattivanti al punto giusto, trovano la loro forza nella semplicità e nella bontà della penna che li ha scritti, quella di tutti e cinque: così l’acchiappo di I want love, l’alta velocità di D***k, f**k, f***t (chissà perché poi tutti questi asterischi, la “parolaccia” è solo la seconda), la ruvidità e allo stesso tempo la pienezza del sound di Lady of the light.

La stessa The doctor o una Shake the mountain presentano in fondo niente di nuovo, ma una serie di ingredienti incredibilmente ben amalgamati, ricordando anche che questo è un genere ormai dai più considerato per ultraquarantenni.

I brani più ruvidi, Lady of the light e I fear nothing, sono l’identikit dell’hard classico; sound piuttosto sporco, chitarre di Brookland e Grey protagoniste di ottimi soli ma non troppo invadenti su tutto il pezzo. Tempo e ritmo incessanti, grazie alla sezione ritmica Swoggle & Mansworth.

Stone cold love è probabilmente l’inno che i cinque hanno scelto per fomentare le platee dal vivo.

Premesse e promesse ci sono tutte, l’età adatta pure, speriamo di continuare ad ascoltarli così e a parlare di loro, appuntatevi il loro nome.

 

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