I VASI DELLA VITA

Serzela: storia di un villaggio abbandonato attraverso la documentazione della ceramica”

di Gianna Cauli

(Cooperativa "Serzela" Gonnostramatza)

 

Il 16 Aprile è stata inaugurata a Gonnostramatza,  all’interno del museo “Turcus e Morus”, la mostra “I VASI DELLA VITA” , esposizione che racconta attraverso le ceramiche la storia dello scomparso villaggio di Serzela

A circa 2 km da Gonnostramatza, un piccolo centro in provincia di Oristano, si trovano i resti di questo antico villaggio abbandonato dai suoi abitanti sul finire del XVIII secolo; ancora oggi è possibile ammirarne l’antica chiesa parrocchiale di San Paolo Apostolo, di fattura tardo gotica, all’interno della quale è murata l’epigrafe che ricorda la distruzione della vicina cittadina di Uras ad opera del pirata Barbarossa, oltre che i resti di  qualche muretto a secco e di alcune viuzze ormai nascoste tra i campi coltivati che conservano un vero e proprio tesoro nel sottosuolo.

Le coltivazioni  oggi hanno preso il posto del vecchio camposanto e delle antiche abitazioni. La lavorazione dei campi ha occasionalmente riportato alla luce numerosi frammenti di ceramica di epoche e fatture diverse, ascrivibili ad un periodo che va dalla fine del XIII secolo a quella del XVIII. Sono proprio questi ritrovamenti ad aver  permesso di datare il periodo di vita del villaggio.

Grazie all’associazione archeologica “Sa Costa Manna”, e alla sua passione nella ricerca dei frammenti, è stato possibile ricostruire diciotto ceramiche che raccontano la vita del villaggio attraverso i secoli , i rapporti e gli scambi commerciali che dal medioevo alla più recente età moderna ne hanno caratterizzato la vita.

La mostra continua  e arricchisce un percorso iniziato nel 2001 con la nascita del Museo, il cui tema dominante è lo scontro plurisecolare  tra le popolazioni cristiane e quelle islamiche.

I reperti e le loro riproduzioni sono il frutto del lavoro e dell’ esperienza dei ceramisti Arnaldo Manis (istituto d’Arte di Oristano), Monica Atzei (CMA di Oristano, Ignazio Sebis (DISS Firenze) e del laboratorio ceramico (Coop Villa Abas Sardara).

I frammenti più antichi risalgono alla fine del XII secolo, si tratta di vasellame in ceramica comune di colore bruno o rossiccio semplicemente decorata di fattura sarda molto comune nell’isola durante l’età giudicale.

Seguono poi le ceramiche pregiate di fattura Pisana importate nell’isola a partire dal XII secolo, si tratta di maioliche caratterizzate da un rivestimento in smalto bianco decorato in verde o bruno., e usate dai ceti abbienti.

A testimonianza del XV secolo troviamo maioliche che ci ricordano il dominio Catalano aragonese in Sardegna , si tratta infatti di manufatti provenienti dall’area di Valencia,  maioliche bianche con fini decorazioni verdi brune o blu  che rappresentavano in genere disegni geometrici, lettere dell’alfabeto  e motivi araldici,  particolarmente interessante la ciotola che riporta nel suo fondo lo stemma di Aragona: uno scudo con tre fasce verticali. Tali decorazioni venivano ottenute grazie ad un processo tecnico che rendeva queste stoviglie molto preziose.

Legate al cinquecento troviamo delle preziose maioliche provenienti dalla Liguria e dalla Toscana che cercavano di imitare le finissime porcellane Ming di fattura cinese. Giunsero nell’isola grazie all’alleanza tra Carlo V che all’epoca occupava la Sardegna e la repubblica di Genova con la quale venivano effettuati scambi commerciali.

Si tratta di maioliche bianche o turchine di fattura pregiata con fini decorazioni floreali. Contemporaneamente dalla Toscana e precisamente da Montelupo Fiorentino arrivavano quantita di maioliche improntate allo stile rinascimentale. I reperti esposti sono ceramiche monte lupine con decoro italo –moresco ispirato agli arabeschi islamici.

Anche a testimoniare il seicento troviamo ceramiche di origine Toscano Ligure provenienti da Pisa e Albissola. Sappiamo grazie ai ritrovamenti che in questo periodo a Serzela sono comuni anche le maioliche catalane bianche con decorazione blu. Le officine locali continuavano comunque a produrre vasellame semplice e di basso costo adatto ai ceti più umili.

Il settecento vedrà l’abbandono del villaggio da parte della popolazione. Tra le rovine del villaggio sono documentate due tipologie di ceramiche molto diffuse all’epoca sempre di origine ligure(Albissola) e Toscana (Montelupo) oltre alle comuni produzioni locali.

Questa  interessante esposizione ha visto protagonisti oltre all’associazione archeologica “Sa Costa manna”  l’archeologo Mauro Dadea che ne ha diretto i lavori e  a curato l’allestimento , la professoressa Emerenziana Usai  e Francesca Costa. Il Comune di Gonnostramatza e la Soprintendenza dei beni culturali  hanno patrocinato l’evento che vuole essere solo una premessa, il progetto originale prevede infatti la ricostruzione e esposizione di altri preziosi pezzi, che mostreranno e continueranno a raccontare attraverso la ceramica  la storia di Sezela e dei suoi abitanti.QQ

 

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