LINKIN PARK – A THOUSAND SUNS – WARNER BROS - 2010

 LINKIN PARK, UN DISCO PER GIOCARE FORTE

 

di Alessandro Tozzi

PRODUZIONE: Rick Rubin & Mike Shinoda 

FORMAZIONE: Chester Bennington – voce; Mike Shinoda – voce, MC, tastiere, chitarre; Brad Delson – chitarre; Dave “Phoenix” Farrell – basso; Rob Bourdon – batteria;  

TITOLI: 1 – The requiem; 2 – The radiance; 3 – Burning in the skies; 4 – Empty spaces; 5 – When they come for me; 6 – Robot boy; 7 – Jornada del muerto; 8 – Waiting for the end; 9 – Blackout; 10 – Wretches and kings; 11 – Wisdom, justice and love; 12 – Iridescent; 13 – Fallout; 14 – The catalyst; 15 – The messenger

Ecco un disco che scatenerà una serie di punti interrogativi. Dimenticate i Linkin Park finora conosciuti e preparatevi ad ascoltare un lavoro dalla duplice interpretazione: ad essere cattivi rinnega 14 anni di onorata carriera, ad essere non dico buoni, ma elastici, rappresenta una svolta creativa senza precedenti.

Il connubio tra rock e rap che ha contraddistinto il gruppo qui si spezza e resta a fare una sorta di rumore di fondo a tutto il disco.

L’energia di sempre non c’è, anche l’avvio è affidato addirittura ad una doppia intro, The requiem e The radiance, e l’anomalia è evidente perché sono due morbidissimi pezzi elettronici. Comunque introducono Burning in the skies che non presenta i consueti picchi aggressivi, pur nella sua apprezzabile melodia e malinconia. L’inizio senza il botto, novità assoluta per i Linkin Park.

L’elettronica, a scapito delle chitarre, è piuttosto protagonista nell’album, molti forse diranno troppo, ma evidentemente l’obiettivo del gruppo era rivoluzione totale, o forse questo ha dettato la loro ispirazione. I rischi che si assumono sono notevoli, il salto è enorme e non sembra lasciare possibilità di ritorno.

In Waiting for the end sembra di ascoltare Peter Gabriel in piena ascesi; Iridescent è caratterizzata da un coro quasi religioso che sospira su chitarre alla U2 più commerciali. Roba di valore, intendiamoci, la difficoltà è solo quella di associarla ai Linkin Park.

Per non dire poi di brani come Wisdom, justice and love o Fallout, dalle atmosfere cibernetiche e dalle voci-robot a voler creare quella riflessione in profondità, ma praticamente intermezzi utilizzati per il trapasso da un pezzo all’altro; molti pezzi sono poi a loro volta divisi nettamente in due parti, anche completamente diverse tra loro, creando una struttura irregolare e imprevedibile.

E’ un disco complessivamente più duro da metabolizzare, questo, rispetto agli standard del gruppo; non ci sono i ritornelli da canticchiare sotto la doccia, qui bisogna ascoltare anche impegnando la mente. Lo stesso singolo The catalyst parte bene con un ottimo incedere di batteria, sulla quale vanno a sovrapporsi con buon piglio le due voci e gli altri strumenti, ma poi cade brutalmente in un’eccessivamente epica seconda parte governata da pianoforte e sintetizzatori.

Un paio di residui i cui ritrovare le vecchie abitudini, ad onor del vero, ci sono: Blackout che, seppur solo nella sua prima parte, ripropone per l’unica volta il cantato-urlato di Bennington come ai vecchi tempi, e le chitarre nuovamente in bella mostra, per quanto con un taglio nettamente industrial. E poi Wretches and kings, dal forte sapore Public Enemy, col suo sound ruvido sovrapposto a quei suoni campionati tipici del rap di una volta.

Ma sembrano più concessioni per indorare la pillola che altro, la verità è che questo disco, pur nel suo altissimo valore, rappresenta per i Linkin Park un vero azzardo: ora se questo azzardo è scaturito da un’effettiva crescita, maturazione, sperimentazione o chiamatela come volete, il gruppo è destinato a cambiare audience, con successo forse anche maggiore del passato. Se invece si è trattato solo del tentativo di “darsi un tono” da artisti elevati la speranza è che funzioni sul serio, perché in caso contrario sarà molto difficile tornare indietro.

 

 

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