DEBUTTO SCHIZOFRENICO MA GENIALE DEI BLIND HORIZON
di Alessandro Tozzi

BLIND HORIZON – THE PARALLAX THEORY
Spider rock productions - 2010
(1 – Sex on the phone; 2 – I am your God; 3 – A trip for you; 4 – I deify you; 5 – Parallax; 6 – White echoes; 7 – All souls’ song; 8 – Shadowman)
produzione: V Fisik
Formazione: Alex Di Clemente – voce; Luca Fois – chitarra; Ambra Deagostini – chitarra; Federico Ferranti – basso; Marco Scafidi – batteria
Un caos delirante ma lucidissimo questo fantastico debut-album dei romani Blind Horizon.
La scienza prestata alla musica, o viceversa, fate voi: dico questo sia per l’assoluta impeccabilità tecnica dei cinque, sia per il contenuto astronomico/filosofico dei pezzi, annunciato dalla meravigliosa copertina raffigurante una galassia con tutte le sue nebulose in espansione dall’occhio (di Dio?). Lo stesso nome del gruppo ha quel che di metafisico.
Qui parliamo di cinque mostri del death metal ma non solo, perché il disco è una continua altalena: randellate vocali e strumentali, come la voce a dir poco drammatica di A trip for you (un po’ troppo cattiva per me ma probabilmente delizia assoluta per i cultori del genere), oppure il gigantesco lavoro chitarristico di I deify you, oppure ancora gli strappi ritmici basso-batteria di I am your God; ma la stessa I am your God propone anche un ammaliante arpeggio melodico, che con una certa naturalezza evolve poi verso momenti ben più furiosi. La mente è volata per un attimo ai duetti chitarristici dei Maiden fine anni ’80 e il martellamento bassistico ha materializzato sprazzi di Speakin’ Arts.
Un ripetuto uscire dai ranghi e rientrarvi, brani che sembrano spezzarsi, terminare, perdere la logica che invece improvvisamente torna e tutto quadra. Merito anche della produzione che è riuscita a dare un’impostazione ben definita al sound della band, nonostante tutto, compreso anche l’unico barlume di cantato leggermente più rilassato, nella prima parte della conclusiva Shadowman, degnamente vistata dalla coppia chitarristica nella sua espressione più pulita. Risultato: un disco dai mille volti, o per meglio dire, da un solo volto, nel quale però individuare tantissimi segni particolari.
In un certo senso siamo di fronte a cinque esauriti, nel miglior significato concepibile, che nonostante le contaminazioni, le sovrapposizioni, le follie registrate in ordine sparso, mai perdono di vista l’obiettivo, tanto è vero che quando si comincia ad avere il dubbio di essere passati al pezzo successivo riprendono con nonchalance la strada principale per tagliare il traguardo.
Musicisti che conoscono molto bene l’arte del metal, così bene da maneggiarlo con l’estasi creativa dei grandissimi.