IL RITO

di Claudia Pandolfi

 

Regia Mikael Hafstrom

Sceneggiatura Michael Petroni

Attori Anthony Hopkins, Colin O’Donoghue, Alice Braga, Maria Grazia Cucinotta, Rutger Hauer, Chris Marquette, Franco Nero, Marco Gastini, Ben Cheethem

Uscita 11 marzo 2011

Michael Kovack (Colin O'Donoghue) discende da una famiglia dove o fai il becchino o fai il prete: se allora non apprezza più imbellettare i cadaveri, è logico che decida di prendere i voti.

Ma il sacerdozio non fa per lui, e poco prima degli esami finali invia una lettera di dimissioni perché sente che la sua fede non è solida come dovrebbe. Lettera che il suo padre superiore puntualmente non accetta perché sente in lui qualcosa di speciale, dopo averlo visto impartire la benedizione ad una ragazza morente in un incidente stradale.

E decide quindi di invertire le cose, per fargli credere in Dio, lo farà credere nel Demonio, inviandolo a Roma a seguire un corso per esorcisti. Ma proprio nella capitale incontrerà Padre Lucas (Anthony Hopkins) che lo porterà con lui in una serie di terrificanti esorcismi. Allora, le sue convinzioni vacilleranno.

Pasticciaccio brutto in salsa mistica. La paura del Diavolo è dura a svanire, come anche l’offerta di film sull’argomento. E anche se dal 1973 che difficilmente qualcuna ha saputo dire qualcosa in più o meglio di William Friedkin, è pur vero che in tanti ci provano. Ultimamente l’ha fatto Daniel Stramm con il convincente “L’Ultimo Esorcismo”, che sapeva però essere anarchico e sovversivo.

Sgomberiamo il campo da ogni dubbio, si dica subito che questo “Rito” è un quasi remake dell’ “Esorcista” capostipite, visto che gli ingredienti ci sono tutti. Dalla coppia prete vecchio/prete giovane che porta con sé il dualismo fede/scetticismo alla ragazzina posseduta con tanto di frasario a base di oscenità sessuali, fino al riferimento al genitore che comunica tramite il dèmone dall’aldilà. Il film di Håfström vive -male- di rendita, sfruttando un immaginario di riporto senza riuscire ad aggiungere nulla, brividi compresi.

E allora giù con citazioni papali, frasi ad effetto (“questo film si basa su una storia realmente accaduta”), rumori improvvisi che cercano di sollecitare il balzo sulla sedia, e ancora immagini raccapriccianti, richiami ad una spiritualità sempre di riporto, tentativi di riportare il tutto ad una dimensione meno orrorifica e più psicologica.

Ma il tentativo rimane tale, specie se la storia non fa altro che snodarsi lungo un percorso fatto solo di luoghi comuni, mascherati con una certa abilità registica e con immagini oniriche che però non restituiscono mai quel ricercato senso di perturbante. Håfström si dimostra amante della pioggia visto che spesso i suoi personaggi per risultare più drammaticamente smarriti sono inondati da diluvi torrenziali.

E allora se la sceneggiatura è traballante, se i dialoghi sono risibili, se il film di paura non fa paura, cosa resta? Le prove degli attori sono superflue, considerando che Alice Braga sembra raccomandata e il protagonista O'Donoghue ha l’aria di chi passa lì per caso, e peccato ancora una volta per Anthony Hopkins, che oltre a non azzeccare un ruolo dopo Hannibal Lecter sembra imprigionato nei panni del suo personaggio più celebre, e pur recitando bene non riesce mai a distinguere la sua recitazione dall’idea di immaginetta che ormai si ha di lui.

E se a questo aggiungiamo i tristi camei di Cecilia Dazzi e Maria Grazia Cucinotta, da inserire in un’idea di Italia piuttosto sciatta ed involgarita, fatta solo di colossei, vigili convulsi e folla rumorosa, visto che i soldi del biglietto non tornano indietro lamentiamoci almeno per il tempo perduto.

Il film è basato su fatti realmente accaduti (la domanda è quando e dove?). Un giovane prete in crisi di fede viene mandato a Roma per seguire una scuola di esorcismo esclusiva. Sulla sua strada incontrerà una giornalista che ha avuto dei traumi familiari legati alle possessioni demoniache, personaggio inquietante che sembra tanto un Hannibal Lecter con colletto bianco.

  

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