IRON MAIDEN – THE FINAL FRONTIER – EMI - 2010

 CONTINUA L’EVOLUZIONE DEGLI IRON MAIDEN

di Alessandro Tozzi

PRODUZIONE: Kevin Shirley & Steve Harris

FORMAZIONE:Bruce Dickinson – voce; Dave Murray – chitarre; Adrian Smith – chitarre; Janick Gers – chitarre; Steve Harris – basso e tastiere; Nick McBrain – batteria;

TITOLI: 1 – Satellite 15… The final frontier; 2 – El Dorado; 3 – Mother of mercy; 4 – Coming home; 5 – The alchemist; 6 – Isle of Avalon; 7 – Starblind; 8 – The talisman; 9 – The man who would be king; 10 – When the wild wind blows.

Questo disco dividerà pubblico e critica come puntualmente avviene con gli Iron Maiden post-reunion. Infatti, fatta eccezione per The alchemist, unico episodio paragonabile ai vecchi tempi per il martellante basso di Steve Harris e del trio chitarristico Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers, il resto del disco rivela l’età dei componenti del gruppo, nel bene e nel male. La voce di Dickinson è degna del glorioso passato, seppur nelle sue poche impennate, ma merita miglior conferma dal vivo, dopo la buona prova di Udine dello scorso agosto; le tre chitarre farebbero pensare ad un’infinita esplosione elettrica ma in realtà si alternano, tecnicamente senza pecca ma al minimo sindacale, anche se la parte centrale di Coming home le mette ancora vari gradini più su di tanta concorrenza. Nicko McBrain alla batteria fa il compitino. Il singolo El Dorado attacca alla Wasted years ma è molto più banale. Aumenta la sensazione, chissà se voluta o casuale, della band in piena maturità, con quella peculiarità di combinare e sovrapporre atmosfere diverse nello stesso brano, da sempre segno distintivo del gruppo, qui particolarmente accentuata. Però trovo personalmente eccessive le interminabili intro dell’opener Satellite 15… The final frontier e The talisman, per quanto poi la consueta contrapposizione con l’attacco aggressivo è realizzata con la maestria di chi la sa lunga. Anche la scelta di questa copertina pseudo-futuristica mal si concilia con questa pretesa di “maturità” e lascia uno strano senso di contraddizione. Ma il nuovo corso degli Iron Maiden è questo, la strada per il progressive è imboccata, che piaccia o no. Forse ne risulteranno sacrificati i sentimenti, quelli dei vecchi tempi, quelli della furia, quelli del sudore della fronte, ma almeno siamo di fronte ad un’espressione musicale sicuramente libera perché priva di qualsiasi obiettivo di vendita.

 

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