VENTO DI PRIMAVERA (LA RAFLE)

di Claudia Pandolfi

Regia di Rose Bosch, con Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Raphaëlle Agogué, Hugo Leverdez, Oliver Cywie, Mathieu Di Concerto, Romain Di Concerto, Rebecca Marder, Anne Brochet, Isabelle Gélinas, Thierry Frémont, Catherine Allégret, Sylvie Testud

Vento di primavera è uscito nelle sale cinematografiche il 27 di gennaio, in concomitanza con La giornata della memoria.

1942 - La storia inizia con il piccolo Joseph, 11 anni, che sulla strada per la scuola viene insultato da una fornaia solo per la stella gialla che porta cucita sul petto. Qualcosa sta cambiando nel mondo in cui vive, ma la sua famiglia, come le tante altre che vivono a Parigi sulla collina di Montmartre, crede di essere al sicuro. Il 16 luglio ’42 la Gendarmeria fu obbligata dal Reich a compiere una retata a Montmartre per rastrellare i 24 mila ebrei di Parigi, 13 mila dei quali furono rinchiusi Vèlodrome d’Hiver prima di essere caricati sui treni da dove vengono poi tradotti al campo di Beaune-La-Rolande per poi partire in treno verso l’ignoto. Quel giorno però Joseph ha promesso a sua madre che sarebbe scappato dal campo e che avrebbe vissuto la sua vita.

Un cartello all’inizio del film (titolo inspiegabile per La Rafle, che avrebbe dovuto essere tradotto come La Retata o Il Rastrellamento) spiega che tutti i personaggi descritti nel film sono realmente esistiti e tutti gli avvenimenti, anche i più drammatici, sono realmente accaduti in quell’estate del 1942. Risulta quindi spiazzante il finale, palesemente di fiction, che dona un sapore melodrammatico al film ma che gli fa perdere parte del suo valore documentario, un piccolo passo falso per un progetto in cui hanno creduto attori del calibro di Jean Reno.

Un film crudo in cui ogni singolo fotogramma è frutto di accurati studi da parte della bravissima regista Rose Bosch che non ha voluto inventare nulla; ogni scena è riconducibile a fatti documentati. Il film vuole essere prima memoria e poi storia di un evento orrendo, uno degli episodi più oscuri e deplorevoli della Seconda Guerra Mondiale che la Francia abbia dovuto subire, prima che cada nell’oblio della memoria collettiva con la morte dei pochissimi sopravvissuti dell’epoca.

La regista intreccia le vicende di molti personaggi, tra vittime, carnefici e inermi testimoni, che convergono all’interno del velodromo parigino come in un luogo del non ritorno. Ogni storia trasuda dell’urgenza che la regista ha provato nel raccontare la storia della retata di Vel’ d’Hiv donando al film una forte sensazione di necessità, nonostante lo stile narrativo sia piuttosto didascalico e privo di guizzi registici (impressionante però la ricostruzione dell’interno del velodromo).

Il cinema è lo specchio di popolo, attraverso i suoi prodotti è possibile studiare la società che li ha generati, ogni testo parla del suo contesto in modo molto più profondo di quanto possa sembrare ad una prima lettura. Appare così evidente che dopo anni di elaborazione il cinema tedesco abbia iniziato a rivedere il passato prossimo legato alla Seconda Guerra Mondiale, alla figura di Adolf Hitler e alle atrocità dei Campi di Sterminio Nazisti quasi a dimostrare che il capitolo non sia del tutto chiuso.

 

 

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