SATRIANI, IL MOSTRO DELLA SEI CORDE
di Alessandro Tozzi

JOE SATRIANI – BLACK SWANS & WORMHOLE WIZARDS – Sony Music Entertainment – 2010
PRODUZIONE: Joe Satriani & Mike Fraser
FORMAZIONE: Joe Satriani – chitarre, basso e tastiere; Allen Whitman – basso; Jeff Campitelli – batteria e percussioni; Mike Keneally – tastiere
TITOLI: 1 – Premonition; 2 – Dream song; 3 – Pyrrhic Victoria; 4 – Light years away; 5 – Solitude; 6 – Littleworth lane; 7 – The golden room; 8 – Two side sto every story; 9 – Wormhole wizards; 10 – Wind in the trees; 11 – God is crying
Joe Satriani è un fenomeno della chitarra che da quasi un ventennio folgora chiunque ascolti un suo disco, per il semplice fatto di dare del tu allo strumento: dare del tu nel senso che lui comanda e lo strumento non può che ubbidire.
Gli album interamente strumentali, come questo Black swans & wormhole wizards (credo che il nostro vincerà presto il premio-fantasia per i suoi titoli), rappresentano per definizione la dimensione più naturale per un simile talento. Questo avviene soprattutto grazie al suo sensato uso dello strumento: non un’ora di masturbazioni chitarristiche, ma sempre una certa musicalità nel far “cantare” la sua chitarra, come a sostituirsi virtualmente al cantato. La struttura dei pezzi resta così intatta, con la “voce” a dare le pieghe più melodiche e i classici soli centrali e finali ad aggiungere grinta come sempre. Il prototipo di questa tecnica è Pyrrhic Victoria, che inizialmente richiama la gloriosa Cool #9, pezzo che apriva l’omonimo Joe Satriani del 1995, ma poi cala in una seconda parte ipnotica ma molto tecnica al tempo stesso, quasi psichedelica.
L’opener Premonition è una cavalcata rock presentata subito come biglietto da visita, Littleworth lane invece è una tenerissima canzone di influenza jazz, a quanto pare dedicata alla madre del musicista, recentemente scomparsa. Anche The golden room ci fa ripensare a qualcosa di già sentito (Look mw way, sempre sull’omonimo 1995), ma qui vengono impressi dei ritmi orientaleggianti che la rendono comunque unica.
Un ruolo importante viene stavolta ricoperto dalle tastiere, cosa che in genere fa storcere il naso ai rocker più puristi, ma l’uso che Satriani ne fa è assolutamente intelligente, ascoltate Two side sto every story per capirlo. Non ha la mania del protagonismo, lui, non intende massacrare l’ascoltatore coi suoni lancinanti di cui pure è capacissimo.
La chitarra si arricchisce anche di effetti particolari in Wind in the trees, pezzo in cui guaisce, sembra soffrire, poi si incanta quasi a paralizzarsi per lasciare poi spazio alla conclusiva God is crying, che come da buona abitudine dell’artista, chiude il disco di nuovo all’insegna di un funk/rock piuttosto energico.
Insomma un Joe Satriani in questo capitolo leggermente più accessibile rispetto ai primi tempi, capace ora di fare buona compagnia non solo agli affezionati.