STEVE HACKETT NON TRADISCE MAI
“BEYOND THE SHROUDED HORIZON”, FAVOLA PROG
di Alessandro Tozzi
STEVE
HACKETT – BEYOND THE SHROUDED HORIZON – INSIDE OUT - 2011
Produzione: Steve Hackett
Formazione: Steve Hackett – voce, chitarre e armonica + turnisti
Titoli: 1 – Loch Lomond; 2 – The phoenix flown; 3 – Wanderlust; 4 – Til these eyes; 5 – Prairie angel; 6 – A place called freedom; 7 – Between the sunset and the coconut palms; 8 – Waking to life; 9 – Two faces of Cairo; 10 – Looking for fantasy; 11 – Summer’s breath; 12 – Catwalk; 13 – Turn this island earth
Titoli CD extra: 1 – Four winds: North; 2 – Four winds: South; 3 – Four winds: East; 4 – Four winds: West; 5 – Pieds en l’air; 6 – She said maybe; 7 – Enter the night; 8 – Eruption: Tommy; 9 – Reconditioned nightmare
Nonostante una certa età e una certa storia alle spalle, Steve Hackett è tra i pochi musicisti storici che tiene un certo ritmo nella pubblicazione di materiali inediti.
A un anno da Out of the tunnel’s mouth arriva questo Beyond the shrouded horizon, con tanto di edizione limited altamente consigliata agli orfani dei Genesis e del prog di una volta.
Svincolato
ormai da obiettivi di vendita e necessità economiche, il nostro offre il
consueto sfoggio di cognizioni musicali ad abbracciare tanti genere, facendoli
convivere ed alternare con incredibile leggerezza, si direbbe studiando
minuziosamente tutte le atmosfere con cui concludere ed alternare i brani, nel
passaggio dall’uno all’altro.
Si comincia infatti con Loch Lomond, che parte con un effetto thriller, quasi metal, superelettrico; dopo qualche attimo, però, il tempo si spezza, una rullata, una cornamusa e siamo istantaneamente in Scozia, sound soffuso e la chitarra che diventa acustica. Si incrociano, come in molti pezzi, voci maschili e femminili, quella della seconda chitarra Amanda Lehmann e tante altre. Tra gli ospiti di riguardo anche Chris Squire degli Yes al basso.
Si sfuma qussi inavvertitamente in The Phoenix flown, appendice naturale dell’opener, e poi nel breve strumentale acustico Wanderlust; è tutta una manovra per introdurre Til these eyes, acustico incantato e mistico, che invece si interrompe quasi bruscamente con la rumorosa Prairie angel, strumentale lo stesso ma elettricissima.
Dopo
un paio di pezzi abbastanza in linea, si cambia di nuovo registro con Waking
to life, toni afro-orientali e di nuovo la voce di Amanda Lehmann. Lui,
Steve Hackett, ormai comanda la sua voce a bacchetta e lei obbedisce
consenziente, sapendo di non essere il suo punto di forza assoluto e dunque si
fa gestire con intelligenza.
Da segnalare almeno l’arrabbiata Catwalk, chitarra frenetica e lancinante alla Joe Satriani e sapore a cavallo tra ’80 e ’90, e la conclusiva Turn this island earth, una sorta di compendio finale: c’è dentro tutto quel che intende dirci l’autore, con tutti i cambi di tempo, di atmosfera, le alternanze di suoni acustici, elettrici, orchestrali, 11 minuti per rivivere i Genesis di una volta, ma con un brano nuovo.
Il
CD bonus resta sugli stessi binari tra inediti di stampo misto e riletture di
qualche brano proposto dal vivo negli anni scorsi, dall’apertura metal-epica di
Four winds: North all’orchestrale Pieds en l’air, al limite fusion
di Four winds: East.
Tutto con l’onnipresente chitarra, ma anche la personalità, di Steve Hackett, ormai da tanti anni non più solo un ex Genesis, ma un grande di suo.