ROBERT PLANT, COVER PER MODO DI DIRE
ROBERT PLANT – Band of joy – Decca Records - 2010
di Alessandro Tozzi

PRODUZIONE: Robert Plant & Buddy Miller
FORMAZIONE: Robert Plant – voce; Patty Griffin – voce; Buddy Miller – chitarra; Darrell Scott – chitarra, mandolino e banjo; Byron House – basso; Marco Giovino - batteria
TITOLI: 1 – Angel dance; 2 – House of cards; 3 – Central two-o-nine; 4 – Silver rider; 5 – You can’t buy my love; 6 – Falling in love again; 7 – The only sound that matters; 8 – Monkey; 9 – Cindy, I’ll marry you one day; 10 – Harm’s swift way; 11 – Satan, your Kingdom must come down; 12 – Even this shall pass away
Ogni uscita di Robert Plant è una sorpresa: mentre il mondo intero lo provoca in continuazione con l’agognata reunion dei Led Zeppelin, lui ogni volta pesca nel mazzo la carta che non ti aspetti.
L’encomio principale che il nostro merita è per l’onestà intellettuale: calata sensibilmente l’estensione vocale con l’incedere degli anni, esaurita anche la vena creativa in termini di nuove composizioni, fa una scelta ben precisa.
Si circonda di collaboratori di altissimo livello, prende 12 pezzi storici di
vari interpreti dei settori folk, country e derivati e li rielabora in modo
molto personale, quasi riscrivendoli, mettendoci quel suo tocco
orientaleggiante, indiano, mistico o chiamatelo come volete che è da sempre il
suo pallino, almeno nell’era post-Zeppelin.
Così gli acuti di Rock & roll appartengono ormai solo alla storia, ora ci sono i sussurri, a cominciare dall’iniziale Angel dance dei Los Lobos o dall’ascetica Satan, your kingdom must come down, gospel di lontane origini; menzione a parte per la conclusiva Even this shall pass away, altra interpretazione di stampo letterario (da una poesia di Thedore Tildon), dal cantato particolarmente sofferto ad appoggiarsi sull’ottimo lavoro della sezione ritmica.
Umiltà significa poi anche affidarsi a giganti del settore come Buddy Miller, che produce sentimenti in serie con la morbidezza della sua chitarra, e come Patty Griffin, alla quale affida i microfoni per meglio riuscire nella parte meno datata del disco, due pezzi dei Low, vale a dire Monkey e Silver rider.
Unico episodio in cui i ritmi salgono di quota è You can’t buy my love di Barbara Lynn, con basso e batteria più incalzanti; forse l’unico brano a poter essere vagamente associato ad un barlume di Led Zeppelin, ma pare proprio che almeno Plant ci abbia messo una pietra sopra, diversamente dall’ex compagno Page.
Insomma
se scarseggia la fantasia per comporre materiale nuovo, la stessa è molto
fervida nel trasformare materiale altrui. Lucidità che ultimamente appartiene
davvero a pochissimi, in un momento in cui molti fanno facile cassa con reunion,
raccolte e autocelebrazioni di vario genere.
Ha scelto la soddisfazione artistica Robert Plant, chi lo ama lo segua.