IL "MULINO DEL PO" IN 4 NUOVE SALSE

Quattro storie per un mulino di Romano Sgarzi

 

di Emilio Diedo

Este Edition, Ferrara 2011, pp. 64

COLLANA Scæna (collana di teatro)

Romano Sgarzi

È nato a Ferrara e vive a Migliarino (FE), dove ricopre la carica di Assessore alla Cultura. Attore della compagnia “La Bottega del Teatro”, ha scritto diversi testi teatrali curandone anche la regia. Quattro storie per un mulino è la sua prima pubblicazione.

CONTENUTI

Quattro storie per un mulino è un libro soprattutto teatrale. I testi sono nati prima sul palcoscenico, si sono fatti sentire e ora mi piacerebbe che si lasciassero leggere. Sono nati per necessità, per un concorso teatrale in quel di Ro Ferrarese, ma poi sono diventati un’appendice dalla quale non riuscivo più a staccarmi. Altri se ne potevano fare, altri scalpitavano per nascere. Mi hanno offerto la scusa per parlare del mio territorio e non solo. (R. S.)

 

In copertina 4 foto d'archivio

Prefazione di Piergiorgio Rossi

Introduzione di Romano Sgarzi

 

Romano Sgarzi, ferrarese, ora domiciliato a Migliarino (FE), dove ricopre la carica di Assessore alla Cultura, che finora, e con meritato successo, ha pazientemente prodotto per il teatro sia come scrittore che come interprete, con la raccolta in disamina, dall'impronta invariabilmente teatrale, si dà, come ironicamente si dice, in pasto ai lettori. Un esordio che la critica si auspicava potesse avvenire quanto prima.

Il libro riporta il logo del Comune di Ro Ferrarese.

Fin troppo ovvia è la sua suddivisione in quattro parti.

Di fatto, si tratta di quattro "storie" (non proprio racconti, ma semmai parodie d’un unico singolare racconto, il famosissimo romanzo di Riccardo Bacchelli, quattro lavori nati per altrettanti concorsi teatrali, peraltro sempre andati a buon fine: due primi posti più un secondo ed un terzo posto al Premio "Riccardo Bacchelli") che, pur nella loro distinta struttura, implicano un'unitaria narrazione. Anzi – mi correggo –, per i primi tre (Il San Michele; Quando il mulino girava; Il mulino e la fortuna) è così. Mentre, per l'ultima storia (San Michele Blues) è vero solo in parte.

Perché, pur costituendo uno iato con la trama dei precedenti, rappresenta uno stallo un po' a sé, proiettato in un impossibile, fantastico, tanto quanto cosmico nonché poetico avvenire. A dir la verità, di poesia ne è intrisa globalmente l'opera, ma l'ultima appendice narrativa, a sua volta suddivisa in cinque parti compiute ed una sesta incompiuta (è quest'ultima rievocativa di una trama infinita, inconcludente, che richiama la mitica essenza d'un Mulino del Po prima esistito nella realtà e poi immortalato nella letteratura soprattutto, o comunque per eccellenza, del Bacchelli), in cui, fermo restando il mulino, l'ubicazione vede appaiato al Po nientedimeno che il Mississipi. Un parallelo immerso in una liquidità espressiva alquanto bizzarra, all'insegna d'una giocherellona e reiterata performance scaramantica, che, in primis, fa divenire persona un ligneo mulino, dandogli antropomorfa vita spirituale, con umane sensazioni ed emotività tali da creargli un'idealistica anima.

Nel pratico volgere della trama, è esaltato e rimesso in parossistica discussione il dinastico rapporto tra il casato degli Scacerni e la realtà, più o meno immutabile, plasmata su una sequela di fortune ma soprattutto di sfortune, di disgrazie, di disastrosi eventi e di successive, imperterrite ricostruzioni d'un Mulino, fonte di sostentamento e di vita a favore degli stessi Scacerni.  Ambedue, Mulino e Scacerni (a seconda della generazione di turno), succubi d'un fato all'insegna della sfortuna piuttosto che della fortuna, sottomessi alla volontà d'un Po suo malgrado tiranno. 

Il mulino e la fortuna, terza delle storie narrate, autentico fulcro dell'insieme, amalgama ed avvolge nella fanciullesca e talora persino (volutamente) puerile ma in definitiva ludica sceneggiata, il destino dell'Uomo. Ed è una sorta di mediazione tra l'umanità e gli elementi della Natura che chiama in causa, più ancora che nei manzoniani Promessi sposi, la Divina Provvidenza.

Inoltre la consistenza del linguaggio, caparbiamente popolare, grammaticalmente e sintatticamente non compatibile con una benché minima conoscenza scolare, appartenente ad un volgo assuefatto a quell'epocale ignoranza che, integrata alla miseria del tempo, sa rievocare, dandone una quadrata idea, la situazione alquanto icastica d'un arruffato, emaciato prototipo di mugnaio, smunto e bianco infarinato al punto giusto, riproduce in toto la situazione ambientale e politica (si pensi al congruo particolare dell'illecita disattivazione dei "misuratori", più volte citata tra le righe) d'una zona geografica perfettamente in sintonia con la Storia. Tanto da colorare gli accadimenti in abbellente icona.

Partendo esattamente da qui, parlare di maghi e di streghe (ruolo in parte incarnato dalla Sniza) è un dato scontato. E, subito dopo, il subentro nel mondo d'una "pazzia", anche criminale, dei personaggi s'insinua nella quotidianità come una biscia: senza far troppo rumore e senza lasciare palpabili strascichi. Manca in assoluto l'arbitrio d'una cronaca giornalistica impulsiva, che tutto fagocita e di tutto fa spettacolo. Col contraccambio però d'un inossidabile ricordo tramandato di padre in figlio.

 

TORNA ALLA HOME PAGE        TORNA A ARCHIVIO