THE CULT, UN BUON RITORNO

"HIDDEN CITY" TIENE IL CONFRONTO COI CLASSICI

THE CULT – HIDDEN CITY – COOKING VINYL – 2016

Formazione: Ian Astbury – voce; Billy Duffy – chitarre; Chris Chaney – basso; John Tempesta – batteria; Jamie Muhoberac – piano & tastiere

Produzione: Bob Rock

Titoli: 1 – Dark energy; 2 – No love lost; 3 – Dance the night; 4 – In blood; 5 – Birds of Paradise; 6 – Hinterland; 7 – G O A T; 8 – Deeply ordered chaos; 9 – Avalanche of light; 10 – Lilies; 11 – Heathens; 12 – Sound & fury

 Hidden city 1

I Cult non sono affatto perduti. Semmai sottovalutati, come quasi sempre è avvenuto nei loro 30 anni di carriera, quando tutti li associano sempre e soltanto all’epica Rain.

I Cult del 2016 tengono botta. Saranno uno dei tantissimi gruppi che hanno già dato il meglio di sé, questo magari si, ma l’attuale Ian Astbury sembra sempre più l’erede naturale di Jim Morrison, le chitarre di un Billy Duffy meno boccolato ma più maturo avvolgono quasi tutti i pezzi in un incantesimo elettrico in alcuni episodi, come la mia personale preferita G O A T, che ad un ascoltatore ignaro potrebbe essere tranquillamente propinata come appartenente a Electric (1987) o a Sonic temple (1989), altre volte in un precipizio malinconico, notturno, intenso, ma mai disperato, come Birds of paradise o Deeply ordered chaos.

Si parte con i suoni sporchi di Dark energy, che non riesce proprio a sembrare un titolo casuale, accattivante, graffiante, dominato dalla voce piena ed intensa, mai sguaiata di Astbury, sulla quale si poggia la chitarra di Duffy in un oceano di distorsioni e di ronzii d’altri tempi, o almeno dei vecchi tempi dei Cult.

Hidden city 2

Altri episodi recano un marchio sempre Cult ma un po’ più furbo, leggasi No love lost col suo coro maestoso ed impetuoso Avalance of light o anche Dance the night, evidente merito della produzione di Bob Rock, musicista a 360 gradi che per fortuna sembra aver messo pesantemente bocca su tanti dettagli tecnici dell’album, lasciando i meriti compositivi alla coppia leader della band. Non per niente, era proprio lui nel 1989, a dirigere le operazioni anche per Sonic temple.

Briciole di new wave, proto punk o sprazzi di hard rock molto più semplice, ma tutto sempre condito da una certa eleganza, quell’eleganza da over 50 e non più da giovanotti, con quella capacità di dare ritmo senza andare fuori giri, con quelle due o tre piccole perle che danno un migliore perchè a tutto il disco.

Un piano che appare di tanto in tanto sembra dover qualcosa a David Bowie o a Lou Reed, ma i Cult hanno sempre mantenuto quel modo di essere e di suonare “positivo”, diversamente da altre formazioni pur grandi come ad esempio i Cure.

Hidden city 3

Il cantato di Astbury, non tanto per limiti naturali quanto per scelta di campo, molto spesso è un soffio, un alito caldo in una notte gelida d’inverno, ma è presente, intenso, rassicurante, poi ci pensa la chitarra di Duffy a scuotere gli animi in modo più diretto. I due si completano sempre alla perfezione.

Promossi e attesi con piacere in tour e poi, perché no, di nuovo in studio!

Roberta Pandolfi

Hidden city 4

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