Not in this Lifetime Tour

guns

Nel 2012, durante un’intervista, a chi gli chiedeva la possibilità di rivedere su un palco la formazione originale dei “Guns N Roses“, Axl Rose rispose: “not in this lifetime“. Ovvero, “non in questa vita”. Normale, quindi, celebrare la reunion del gruppo con un nome che evoca qualcosa che non doveva accadere e che, invece, per fortuna, è accaduto.

L’arrivo alla stadio Letzigrund di Zurigo è faticoso per via delle imponenti misure di sicurezza predisposte dopo i recenti fatti di Manchester, ma ai cancelli tutto fila liscio grazie ad un’organizzazione impeccabile. Così, metto piedi allo stadio alle 19:45, momento in cui – precise come un orologio svizzero – partono le note “It’s So Easy“. Anche se a distanza, due maxi schermi posizionati ai lati del palco permettono di vedere da vicino la band. Il primo pensiero è: “come sono invecchiati male!”. Sono invecchiati, sono ingrassati e mostrano decisamente i segni degli anni turbolenti della loro giovinezza. Da belli e dannati non si sono trasformati in tranquilli signori di mezza età (come spesso mi è capitato di constatare per altri grandi del rock). In loro, il “rock maledetto” lo percepisci solo a guardarli!

Reunion solo per fare soldi o qualcosa in più? Era questo il dubbio che mi attanagliava prima del concerto. Ero felicissimo di andare, perché rivivere i propri vent’anni fa sempre piacere, ci si coccola e ci si accarezza con le note della malinconia, ma non ero proprio convintissimo che la qualità musicale del concerto, e dello show, fosse quella di un tempo. Dubbi spazzati via nell’arco di pochi minuti, il tempo di ammirare in tutta la sua grandezza Slash sulle note di “Mr. Brownstone” prima e di quel capolavoro di “Welcome to the Jungle” poi, introdotta dall’urlo di Axl “You know where the fuck you are?“. Il rock è sostanza ed energia. Caduto l’inganno della bellezza e della gioventù, per i Guns rimangono le note dure di chitarre strapazzate e batterie tambureggianti. Ed è musica per le orecchie! La voce di Axl è naturalmente meno potente di un tempo e le movenze sono probabilmente un po’ impacciate, ma sembra comunque di ascoltare la musicassetta di “Use your illusion” che avevo in macchina a quel tempo. Gli assoli di chitarra di Slash, con l’immancabile cilindro nero e gli occhiali scuri, ormai suo marchio di fabbrica, sono scariche di adrenalina pura. Con un crescendo si va da “Double Talkin’ Jive” a “Better” e poi “Estranged”. Dai metallari ai motociclisti, dai ragazzini di oggi ai ragazzini di venti anni fa, tutti si uniscono nella celebrazione dei Guns.

Senza un solo momento di tregua, i Guns N’ Roses accompagnano il loro pubblico in un giro vorticoso a tutta velocità, tra brani adrenalinici come “Rocket Queen“, “You Could Be Mine“, “Civil War” (introdotto dal fischio da brividi di Axl), “Sweet Child O’ Mine” e “My Michelle“, brani struggenti e delicati come la meravigliosa “November Rain” e l’altrettanto incantevole “Don’t Cry“. C’è anche il tempo per rendere il giusto omaggio a Chris Cornell, leader dei Soundgarden morto recentemente suicida, con la cover di “Black Hole Sun“. Ma non si è trattato delle uniche cover suonate. Hanno impressionato “Wish You Were Here” (Pink Floyd) come anche “Live and Let Die”, ma è soprattutto con “Speak Softly Love”, celeberrima melodia di Nino Rota per Il Padrino che Slash delizia i 50.000 spettatori con un assolo di chitarra da brividi. Si va verso la chiusura e non poteva mancare “Knockin’ on heaven’s door” (versione originale di Bob Dylan, ri-arrangiata dai Guns), una delle cover più riuscite della storia della musica.

Una Greatest Hits prevedibile e annunciata, con un’iconografia d’ordinanza che nella seppur breve storia dei Guns ha segnato una generazione. Axl, Slash e Duff, oltre agli altri membri della band (Frank Ferrer, Richard Fortus, Dizzy Reed e Melissa Reese) si concedono un meraviglioso giro finale con le prime note di “Paradise City” e fanno esplodere l’ultima carica di adrenalina per chiudere un concerto che è stato qualcosa di magico, unico e irripetibile e resterà nel cuore di chi ha avuto la fortuna di esserci.

Non solo un raduno generazionale, quindi, ma 2 ore e 45 minuti di grandissimo rock. Perché si, è in questa vita.

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