LA FORMA DELL’ACQUA

TITOLO ORIGINALE: THE SHAPE OF WATER
GENERE: Drammatico, Fantasy

ANNO: 2017
REGIA: Guillermo Del Toro
CAST: Sally Hawkins, Michael Shannon (II), Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg.
PAESE: USA
DURATA: 119 Min
DISTRIBUZIONE: 20th Century Fox

TRAMA: In piena Guerra Fredda, in un laboratorio americano di Baltimora una creatura anfibia vive in cattività per essere sottoposto a degli studi. Una donna delle pulizie del laboratorio ne scopre l’esistenza e poi la sua capacità di interagire con il mondo esterno.

Elisa è una ragazza che lavora come donna delle pulizie in un laboratorio militare americano. È muta dalla nascita e solitaria. I suoi unici amici sembrano essere due altre persone che “vivono ai margini”: Zelda, collega afro-americana impegnata nella lotta per i diritti sociali; e Giles, un omosessuale vicino di casa. Nel bunker del laboratorio è nascosta una creatura mostruosa, per metà uomo e per metà pesce, un essere anfibio dotato di qualità fisiche eccezionali. Lo tengono legato a diverse catene, sottoposto a terribili torture. Il progetto del colonnello Strickland è quello di utilizzare il “mostro” (catturato in Amazzonia) per esperimenti spaziali. Infatti, siamo in piena nevrosi paranoica da Guerra Fredda e la competizione militare e spaziale tra USA e URSS è giocata su esperimenti sensazionali e progetti avveniristici.

Elisa scopre l’esistenza del “mostro”, ma dopo una iniziale inquietudine ne scopre la natura umana: ne esorcizza l’aspetto, quindi ne intuisce le doti di sensibilità e di intelligenza. Come nelle migliori favole, i due “esseri” ricacciati dalla società che li circonda si innamorano, creando un “mondo magico” in cui viene sprigionato tutto il romanticismo dei protagonisti. Il mistero dell’amore.

Del Toro ci aveva già abituato a mischiare il fantastico con la storia: nel suo applaudito “Il labirinto del fauno”  l’ambientazione era la Spagna franchista. Anche in questo caso, il regista messicano è bravo a utilizzare le “storture” della società (la solitudine di Elisa, la lotta per i diritti dei neri di Zelda, le inquietudini del “diverso”, l’omosessuale Giles in un mondo ancora profondamente maschilista) e innestarle in un racconto fantastico, creando una sorta di ibrido sospeso tra realtà e finzione. Vince l’amore tra diversi, o meglio tra gli ultimi e i diversi.

Elisa decide di far evadere “il mostro” e liberarlo nell’Oceano, in questo aiutata in incognito da un medico infiltrato come spia russa nei laboratori, che non vuole che l’anfibio sia ucciso. Il centro di tutto è l’acqua: il mostro vive e respira in acqua, lei si masturba in una vasca da bagno, la pioggia potrebbe essere il miglior alleato per donargli la libertà (il piano di fuga prevede l’utilizzo di un canale). “La forma dell’acqua” è un film che si fonda su due piani di lettura: una dimensione “realistica” che racconta una vicenda di solidarietà tra esclusi nell’America degli anni ’50; e una dimensione “immaginaria”, che mischia il fantastico col mitologico e simboleggia la capacità di avvicinare mondi diversi e di unirli nel nome dell’amore.

Il film ha vinto un prestigioso premio come il Leone d’Oro di Venezia, grazie alla sua estetica molto suggestiva e a una fotografia sempre magnifica. Tuttavia lo sviluppo della trama lascia un po’ perplessi in vari punti: come il rapporto che nasce tra i protagonisti, che avviene in maniera frettolosa, o anche la descrizione un po’ banale del periodo della Guerra Fredda. La trama appare debole e scontata, una fiaba d’amore giocata sul tema del diverso che tuttavia non raggiunge quelle vette emotive necessarie a far emozionare davvero lo spettatore. Il film è sicuramente lontano dall’essere quel capolavoro di cui tutti parlano.

Tra le scene migliori del film va sicuramente ricordato il visionario ballo visionario in bianco e nero tra i due innamorati sulle note di You’ll never Know di Frank Sinatra. Comunque bravissima l’attrice protagonista Sally Hawkins. Nonostante il mutismo del suo personaggio ci regala una fantastica capacità espressiva e comunicativa. E anche gli altri attori danno buona prova di sé: Octavia Spencer è l’inserviente nera proletaria, maltrattata dal marito; Richard Jenkins un artista omosessuale in cerca di compagno. Lo scienziato-spia russa (Micheal Stuhlbarg) è tormentato da un conflitto interiore: essere un bravo patriota ed eseguire gli ordini; oppure un uomo che lavora al servizio della Scienza. Michael Shannon invece rappresenta l’uomo medio bianco, razzista, ambizioso e assetato di potere.

 

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Lavora da oltre quindici anni nel campo del web e della comunicazione digitale. È un project manager e ha conseguito un Master in Politiche Sociali dopo essersi laureato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Prima, si era diplomato come perito di elettronica e telecomunicazioni. Se questo percorso non vi sembra lineare, allora leggete anche i suoi articoli.

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