Us + Them. L’immenso Roger Waters

Un concerto con la musica dei Pink Floyd è estasiante. Non conosco un altro aggettivo per descrivere il mix di gioia, emozioni, sensibilità, energia, riflessioni che uno show come “Us + Them” provoca. Avevo già avuto modo di assistere al concerto di Roger Waters alla stadio Olimpico di Roma per il tour “The Wall”. Show grandioso, ma all’Unipol Arena di Bologna – anche se pareva impossibile – è stato ancora più grande. Perché un concerto di Roger Waters è musica immortale, ma non solo: c’è l’ideologia, c’è la politica, c’è la lotta per la libertà. Tutti insieme si partecipa a un grande rito collettivo, a una denuncia dei mali del mondo. Lo si fa con rabbia e orgoglio nel momento stesso in cui ci si immerge nella poetica rabbiosa dell’ex bassista dei Pink Floyd.

Ad accogliere il pubblico c’è un enorme videowall che mostra una ragazza di spalle su una spiaggia mentre guarda l’orizzonte. Passano diversi minuti, poi il cielo improvvisamente diventa rosso sangue. È il segnale d’inizio: introdotta da “Speak to me“, il suono vira verso “Breathe” con una maestria tipica della produzione floydiana. Gli animi si scaldano con “One Of These Days“, la bellissima canzone che in molti ricorderanno come la sigla di “Dribbling”…In questa canzone il basso di Waters la fa da padrone, mentre sullo schermo girano le immagini di un supermercato. Arriva il momento di “Time” (annunciata in qualche modo dal vortice di orologi che campeggiano sullo schermo), una canzone epica introdotta da due minuti strumentali che sono pura enciclopedia della musica. Dopo l’intermezzo di “Breathe (Reprise)” arriva la monumentale “The Great Gig In The Sky“. Per quanto brave siano le coriste, qui il confronto con il grido di dolore di Clare Torry è improponibile. Le immagini della morte, della follia, della disperazione che escono da quel provino capolavoro del 1973 sono inarrivabili, ma la canzone è talmente grandiosa che siamo comunque intorno alla media del 30 e lode.

Il suono che esce dalle casse dell’Unipol Arena è pulito e perfetto, le immagini che scorrono sullo schermo si muovono con un sincronismo perfetto. Arriva il momento di “Welcome to the Machine“, altro capolavoro sotto-traccia, che sferza nuovamente il pubblico a una ricarica di energia. Arriva il momento di tre brani dell’ultimo album solista di Waters, “Is This The Life We Really Want“. In rapida successione vengono suonate e cantate “Deja Vu” (struggente, probabilmente la più bella canzone dell’ultimo album), “The Last Refugee” e “Picture That“. Annunciata da due mani sullo schermo che lentamente si avvicinano fino a sfiorarsi e poi a frantumarsi in mille pezzi, giunge quindi il momento di una delle canzoni più belle di sempre:  “Wish you were here“.  A tutta l’arena si blocca il respiro tanta è l’immensità di questa canzone.

Nelle nostre orecchie arriva fortissimo il rumore di un elicottero: è l’inizio di “The Happiest Days of Our Lives” e “Another brick in the wall Part 2” e “Another brick in the walle Part 3“. Un trittico magistrale preso da “The Wall“, l’album che più di tutti ha segnato il predominio di Waters sui Pink Floyd. Durante questi pezzi una dozzina di studenti delle scuole bolognesi salgono sul vestiti come prigionieri di Guantanamo e mostrano una maglietta con scritto «Resist». Roger Waters li presenta e cita il “restiamo umani” salutando Vittorio Arrigoni, il volontario e attivista italiano morto a Gaza. 

Dopo un intervallo di circa 20 minuti, inizia la seconda parte del concerto. Qualcosa che appariva già bellissimo si trasforma in epico. Lo show diventa totale, avvolgente. Con un grandioso gioco di schermi si materializza, in tutta la sua maestosità al centro dell’arena, la centrale elettrica londinese (Battersea) immortalata sulla copertina di “Animals“. Arriva “Dogs” mentre sugli schermi c’è la famosa tavolata dei cani. Quindi è il momento di “Pigs (Three Different Ones)” e, mentre sulle nostre teste comincia a volare il famoso maiale icona, sugli sugli schermi compare Donald Trump rivisitato e sbeffeggiato in diverse condizioni animalesche. La “ferocia” di Waters continua con “Money” mentre sugli schermi passano le immagini dei potenti della Terra. Ribadiamo: un concerto di Waters è un’arringa politica: contro ogni forma di guerra, contro ogni dittatura, contro le discriminazioni. Il “noi e voi” rappresenta proprio questa lotta tra potenti e oppressi, occidente e terzo mondo. Il pubblico prende consapevolezza e apprezza questo taglio ideologico. D’altro canto non potrebbe essere diverso per un fan di Waters. E così si va verso la fine della seconda parte con “Us and Them“, una canzone bellissima e commovente.

Un boato del pubblico accompagna la comparsa di una piramide fatta di fasci di luce. È il prisma entrato nella leggenda con la copertina di “The Dark Side of the Moon“. “Brain Damage” ed Eclipse” vengono suonate con una poesia che fa venire i brividi. Siamo quasi alle battute finali, ormai comincio a pensare che uno dei più bei concerti della mia vita stia per finire…Sopraggiunge un po’ di tristezza, ma le ultime due canzoni sono immortali: “Mother“, semplice e perfetta, e “Comfortably Numb“, capolavoro patrimonio dell’umanità.

Signori e signori: sua Maestà Roger Waters.

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