NUOVE ACCUSE PER HARVEY WEINSTEIN

La procura di Manhattan ha riformulato le accuse contro il produttore, aggiungendo tre nuovi capi d’imputazione per abuso sessuale. La pena inflitta potrebbe essere l’ergastolo
Weinstein nel giorno del suo arresto

La posizione giudiziaria di Harvey Weinstein si aggrava. L’ex produttore cinematografico, già rinviato a giudizio per stupro e abuso sessuale, si è visto aumentare ulteriormente i capi d’imputazione a suo carico. La procura di Manhattan ha infatti deciso di portare un nuovo caso a processo, si tratta di una donna che ha denunciato di essere stata costretta a subire un rapporto orale il 10 luglio 2006. L’accusa è abuso sessuale di primo grado.

Nel comunicato stampa che annuncia questa nuova incriminazione la procura distrettuale newyorkese ha chiarito inoltre che i tre casi portati attualmente a processo configurano un’aggressione di tipo predatorio, così l’accusa appena formulata è arrivata a includere sei capi di imputazione: stupro di primo e terzo grado, due abusi sessuali e due aggressioni sessuali predatorie. L’obbiettivo degli inquirenti è quello di dimostrare che Harvey Weinstein è un molestatore seriale.

Lucia Evans

Il produttore è in libertà vigilata dal 25 maggio, quando fu arrestato con l’ipotesi di aver costretto a un rapporto orale l’allora aspirante attrice Lucia Evans nel 2004, e poi di aver stuprato un’altra donna, le cui generalità sono ignote, nel 2013. Anche l’identità di questa terza vittima, che lamenta di essere stata aggredita nel 2006, è al momento sconosciuta. La corte ha infatti ritenuto di censurare i nomi delle presunte vittime con un ordine di protezione. Il produttore adesso rischia l’ergastolo.

Harvey Weinstein ha sempre respinto tutte le accuse, inizialmente a mezzo stampa, oggi anche in sede processuale. Nell’udienza che si è tenuta all’interno della Corte Suprema di Manhattan, il produttore ha esplicitato la sua posizione e si è avvalso del diritto di non rispondere. Pare infatti che le uniche parole pronunciate da Weinstein, a bassa voce, siano state “non colpevole”. Per il resto, si è limitato ad annuire mentre il giudice James Burke elencava i suoi diritti. Chi si è sbottonato di più è stato invece il suo avvocato difensore, Ben Brafman: ai giornalisti ha ricordato che “un’imputazione rappresenta un’accusa meramente formale” ed ha rivelato di essere in possesso di “documenti straordinari” che rivelano come i rapporti tra vittime e produttore fossero in realtà consenzienti. Il legale parla di accuse “assurde” che hanno creato “una tempesta di pubblicità” e si dice convinto che il suo cliente “alla fine verrà esonerato”.

Giornalisti attendono Weinstein nel giorno dell’arresto

La pressione mediatica sul caso del produttore è in effetti esorbitante, considerate le infinite connessioni che legavano Weinstein al mondo politico e dei media. Le amicizie del produttore arrivavano a toccare i vertici più illustri del partito democratico americano, dalla famiglia Obama alla dinastia dei Clinton. Ciò spiega la ressa di giornalisti e operatori televisivi che Weinstein deve affrontare ogni qual volta si trova a varcare le porte di un’aula di tribunale. Amicizie che si sono prontamente dileguate dopo lo scoppio dello scandalo nato da un’inchiesta del New York Times e dalle successive rivelazioni del New Yorker.

Weinstein mostra il dito medio, Los Angeles

La vita di Harvey Weinstein è infatti precipitata nell’abisso in appena due settimane: si sono dissociati da lui i presidenti delle più grandi major hollywoodiane e le star con cui ha lavorato per decenni, oltre agli esponenti politici e alle associazioni benefiche che ha lautamente finanziato nel corso della sua carriera. Weinstein è stato espulso dai BAFTA e dall’Academy che assegna i premi Oscar, e anche il festival di Cannes ci ha tenuto a marcare le distanze dal produttore. È stato licenziato dalla sua stessa casa di produzione, la Weinstein Company, e il fratello Bob Weinstein, che ne era co-presidente, lo ha pubblicamente scaricato parlando di lui come di “un uomo malato”. Continuamente braccato dai paparazzi che lo inseguono in ogni suo spostamento, Harvey Weinstein viene ripreso anche dopo la crisi di nervi avuta a casa della figlia Remy, preoccupata per il padre “depresso e prossimo al suicidio”. La moglie del produttore, Georgina Chapman, ha avviato sin da subito le carte per la separazione, poi sfociata ufficialmente in divorzio lo scorso 10 gennaio. In quello stesso giorno, Harvey Weinstein si è beccato anche un pugno in faccia da un ubriaco in un ristorante di Scottsdale. Non c’è da stupirsi se, ad un certo punto, Weinstein sfoggia un inequivocabile dito medio davanti ai fotografi che lo immortalano mentre entra nell’ufficio del suo avvocato, a Los Angeles.

L’ex re di Hollywood è ormai ufficialmente “il mostro”, come lo ha apostrofato Jeffrey Katzenberg, presidente della DreamWorks. Dal punto di vista giudiziario, Weinstein viene più elegantemente definito “il processo del secolo” (The New York Times), già entrato nei grandi classici della storia criminale americana, al pari di OJ Simpson. Secondo il procuratore distrettuale Cyrus Vance, che ha istruito il processo contro il produttore, le molestie perpetrate da Weinstein rappresentano “una delle più serie violazioni sessuali che la legislazione di New York abbia mai conosciuto”. Insomma gli epiteti si sprecano. Le rivelazioni sui comportamenti di Weinstein sono per gli Stati Uniti una specie di bomba atomica. Del resto, il produttore intratteneva rapporti strettissimi anche con la Casa Bianca. Come quello che lo legava a Hillary Clinton, ad esempio, che parlava di lui come “il mio amico Harvey”, a sua volta ricambiata dal produttore con “la first lady dei nostri cuori”. Weinstein finanziò la campagna elettorale di Hillary Clinton con 27mila dollari e quando il marito Bill fu coinvolto nello scandalo Lewinski, il produttore staccò un assegno di 10mila dollari a sostegno dell’ex Presidente. Interrogata dai giornalisti, Hillary Clinton ha successivamente affermato che non era a conoscenza delle presunte violenze perpetrate da Weinstein e si è detta “scioccata e inorridita” per quanto scoperto.

Harvey Weinstein e Hillary Clinton

Oggi che Weinstein è imputato a New York, certi vecchi amici non ci sono più. Pare che sul punto si sia sfogato con i suoi legali, confidando una certa amarezza. Ma il processo che lo aspetta a New York, in cui rischia l’ergastolo, non è l’unico guaio giudiziario che il produttore deve affrontare. Weinstein è infatti sotto indagine anche a Los Angeles per cinque casi di abusi, e della Metropolitan Police Service di Londra che sta investigando sulle denunce presentate da dieci donne. La stessa procura di Manhattan ha poi intentato una causa civile contro la Weinstein Company per discriminazione di genere.

Harvey Weinstein è anche attenzionato dai federali statunitensi, che stanno indagando su presunti reati finanziari. Per lui si parla già di “metodo Al Capone”. Non potendo dimostrare l’associazione mafiosa, il boss italo-americano fu processato per evasione fiscale. I federali vogliono utilizzare lo stesso schema per Harvey Weinstein: se le accuse di abusi non dovessero portare a una condanna, gli inquirenti sono già pronti a sfoderare i reati finanziari. La stampa americana scrive che i federali aspettano acquattati nell’ombra, in attesa di capire come finirà il processo a New York. E se entrano in gioco loro, è molto difficile che un indagato la faccia franca. Questo perché le procure federali, per legge, hanno un margine di azione più ampio rispetto alle procure distrettuali, che invece devono attenersi alla legislazione dello stato a cui appartengono.

Weinstein all’American Fund for AIDS Research

Le indagini finanziarie riguardano una presunta truffa che Harvey Weinstein avrebbe commesso ai danni della American Fund for AIDS Research, associazione senza scopo di lucro di cui Weinstein è storico finanziatore. Tutto è partito da una denuncia presentata ad aprile 2017 da quattro dei 19 membri che compongono il board dell’associazione benefica. Al centro dell’indagine c’è un’asta di beneficenza che Weinstein organizzò a Cannes nel 2015, i cui proventi dovevano essere destinati per metà ad AmfAR. Il resto, doveva servire a finanziare lo spettacolo teatrale Finding Neverland, prodotto dallo stesso Weinstein e andato in scena al Repertory Theater, struttura no profit dell’università di Harvard.

Il sospetto degli inquirenti è che il produttore abbia cercato di ripagarsi le spese di produzione con un’operazione finanziaria che non doveva avere scopo di lucro, trattandosi di associazioni benefiche. Così gli inquirenti stanno passando al vaglio i contratti che Weinstein ha sottoscritto con AmfAR e il Repertory Theater, e desta sospetti un deposito di garanzia del valore di 600mila dollari che il produttore ha aperto a favore di AmfAR. L’associazione benefica, che dall’operazione ha guadagnato 300mila dollari, ha successivamente dubitato sulla trasparenza della donazione e ha deciso di presentare un esposto in procura. Della presunta truffa si stanno occupando sia gli investigatori federali che la procura distrettuale di Manhattan. L’ipotesi di reato è quella di frode.

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