WEINSTEIN, CADE L’ACCUSA DI ABUSO SESSUALE

La vittima screditata dalle troppe versioni dei fatti, il giudice archivia uno dei tre casi portati a processo. Il produttore rischia ancora l’ergastolo.
Lucia Evans

Il colpo di scena era stato preannunciato da certi rumors che giravano sulla stampa da giorni. Poi, l’11 ottobre, la decisione: il giudice James Burke archivia uno dei tre casi che hanno portato a processo Harvey Weinstein. Si tratta del caso Lucia Evans, la donna che aveva denunciato di essere stata costretta a un rapporto orale dal produttore. L’abuso sarebbe stato commesso nel 2004 e rappresentava, nell’ipotesi accusatoria, il caso più solido di tutto il processo.

La testimonianza di Lucia Evans fu tra le prime a comparire sulla stampa. Il suo racconto era contenuto nell’articolo del New Yorker che fece lo scoop sul caso Weinstein, dando il via allo scandalo sulle molestie sessuali all’interno di Hollywood. Intervistata dal giornalista Ronan Farrow, Lucia Evans spiegò che quando entrò negli uffici della Miramax, in quel giorno di fine estate del 2004, era ancora un’aspirante attrice. Conosceva la reputazione di Weinstein, ma aveva accettato un incontro con lui solo perché le avevano promesso che al provino avrebbe partecipato anche la direttrice del casting. In realtà si ritrovò da sola ad affrontare Weinstein, che la costrinse ad un rapporto orale al quale non era riuscita ad opporsi a causa della presenza fisica del produttore. “Alla fine – ha raccontato Evans – ho dovuto semplicemente arrendermi”.

La testimonianza di Evans fece scattare le indagini sin da subito. Gli investigatori sguinzagliati dalla procura di Manhattan interrogarono testimoni sparsi in varie città degli Stati Uniti. Lucia Evans fu messa sotto protezione e la sua denuncia diventò uno dei pilastri dell’imputazione contro Weinstein. Dei tre casi portati a processo, quello di Lucia Evans era a conti fatti il più solido: perché la data in cui sarebbe stato commesso l’abuso – il 2004 – metteva al riparo da qualsiasi forma di prescrizione; perché tutti i testimoni interrogati confermavano il suo racconto, questione fondamentale in un processo basato quasi esclusivamente sulle testimonianze; perché Lucia Evans è stata l’unica che non ha intrattenuto rapporti con Weinstein dopo il presunto abuso, troncando ogni forma di comunicazione.

Invece è accaduto che il giudice, con il pronunciamento dell’11 ottobre scorso, abbia deciso di archiviare il suo caso, eliminandolo dal processo. Restano in piedi tutte le altre accuse contro il produttore – vale a dire stupro di primo e terzo grado, abuso sessuale e due aggressioni sessualmente predatorie – relative a fatti avvenuti nel 2013 e nel 2006. L’ipotesi accusatoria è estremamente grave, e Harvey Weinstein rischia ancora l’ergastolo. Il produttore è in libertà vigilata dal 25 maggio, giorno del suo arresto. Ma come si è arrivati alla cancellazione del caso Lucia Evans?

Nicholas Di Gaudio scorta Weinstein fuori dal NYPD nel giorno del suo arresto

Alla base dell’archiviazione ci sarebbero gli errori commessi dagli agenti del NYPD, il dipartimento di polizia di New York che ha condotto le indagini. Sono gli stessi procuratori ad ammetterlo, in una lettera inviata alle parti il 12 settembre in cui si rende noto che esistono versioni alternative dei fatti riguardanti il caso Evans. Ci sarebbe una testimonianza che contraddice il racconto che Evans ha reso agli inquirenti e di cui la procura non era a conoscenza. Si tratta di un’amica che ha raccolto le confidenze di Evans riguardo l’incontro con Weinstein: sarebbe stato un rapporto consensuale mirato ad ottenere “un lavoro da attrice”, afferma la testimone. L’amica di Evans ha rivelato questa versione dei fatti al detective del NYPD Nicholas Di Gaudio, che ha preferito non avvisare la procura. Anzi, la testimone racconta che il detective Di Gaudio le consigliò di non collaborare, tacendo le informazioni. La procura scopre delle omissioni di Di Gaudio solo ad agosto, quando Weinstein era già sotto arresto. E scopre anche un’email che Lucia Evans scrisse a suo marito, in cui si legge un racconto dell’incontro avvenuto con Weinstein che non coincide con quello reso in procura. Sostanzialmente Lucia Evans viene screditata dalle troppe versioni dei fatti: una data alla procura, una alla sua amica e un’altra, ancora diversa, a suo marito. I procuratori non possono far altro che ammettere gli errori e chiedere l’archiviazione del caso. Il detective Nicholas Di Gaudio, individuato come il responsabile principale, viene rimosso dall’incarico con effetto immediato.

L’archiviazione del caso Evans è un duro colpo per la credibilità della procura di Manhattan, già sotto pressione da parte dei movimenti femministi. Ed è certamente un assist per la difesa di Weinstein, che per bocca del legale Ben Brafman afferma che “il caso non è quella bomba esplosiva che sembrava essere”. Brafman anticipa che trascinerà il detective Di Gaudio in giudizio, perché “ha tentato di influenzare l’intero procedimento” e si rende necessario verificare tutti gli interrogatori che l’ufficiale ha condotto nel corso delle indagini. Per la difesa Lucia Evans è una “bugiarda” e dovrebbe essere denunciata per calunnia. Gli avvocati di Weinstein vogliono cogliere la palla al balzo dell’archiviazione per sollevare dubbi sulle intere indagini e sull’impianto accusatorio della procura.

Weinstein e il suo legale Ben Brafman durante l’udienza per l’archiviazione del caso Evans

Ma piovono strali anche da parte delle vittime. Carrie Goldberg, che rappresenta Lucia Evans, è furiosa: “al primo intoppo affrontato, anziché lottare per questo caso, l’hanno semplicemente abbandonata”, dice nei riguardi della procura. Il timore è che le altre vittime oggetto del processo possano sentirsi poco tutelate e ritirarsi dalla corsa. Del resto, non è stato semplice convincere le donne ad affrontare un uomo potente come Harvey Weinstein, e dunque sostenere il processo, sopportare la pressione mediatica. Alla stessa Lucia Evans gli agenti di polizia offrirono la possibilità di essere trasferita in una località segreta, pur di convincerla a sporgere denuncia. Evans temeva di finire stritolata, ed è esattamente quello che è successo. Se il processo a Weinstein non dovesse concludersi con una condanna, notano gli avvocati delle vittime, le conseguenze non sarebbero semplicemente penali.

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