L’effetto che fa

Uno dei più efferati casi di cronaca degli ultimi anni si trasforma, sul palco dell'OffOff Theatre, in acuta riflessione sulle pieghe più oscure dell'animo umano

Roma, OffOff Theatre, 23 marzo 2019.

Spettacolo teatrale scritto e diretto da Giovanni Franci
Con Valerio di Benedetto (Manuel Foffo) – Riccardo Pieretti (Luca Varani) – Fabio Vasco (Marco Prato)

Dal Martedì al Sabato h.21,00 – Domenica h.17,00
Ufficio Stampa: Carla Fabi, Roberta Savona

Intro: Un ritorno molto atteso, quello della pièce teatrale L’Effetto che fa all’OffOff Theatre di Roma: liberamente ispirata all’omicidio Varani, il più spaventoso caso di cronaca avvenuto a Roma negli ultimi anni, si è riaffacciata a Via Giulia tra il 2 e il 7 aprile 2019, dopo un grande successo di pubblico e critica. L’Effetto che fa fu la risposta che Manuel Foffo e Marco Prato diedero agli inquirenti quando gli chiesero come mai avessero torturato e ucciso Luca Varani. Lo spettacolo, scritto e diretto dal giovane regista Giovanni Franci, vede in scena tre attori under 35, coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco, e vuole ricostruire in parte gli avvenimenti di quel tragico Marzo 2016, con un focus sui sentimenti che questo fatto ha aperto nelle coscienze di tutti.

Per chi scrive assistere a uno spettacolo come L’effetto che fa non è stato come assistere a una qualsiasi altra pièce teatrale ispirata da fatti di cronaca nera. E non solo per la particolare efferatezza del caso in questione, l’omicidio Varani. Ma perché il sottoscritto uno dei tre ragazzi coinvolti nella vicenda lo conosceva di persona, sin dai tempi dell’università. La precisazione è d’obbligo: non si sta parlando qui della vittima. E ciò probabilmente rende la cosa persino più angosciante…

Senza aggiungere ulteriori indicazioni, per una forma di pudore, su quale dei due assassini il sottoscritto abbia sporadicamente frequentato anni fa, il fatto davvero rilevante è che le domande scattate nella testa dell’autore dello spettacolo erano precedentemente affiorate anche nei pensieri di chi quello spettacolo, ora, lo sta commentando. Ci si trova pertanto a concordare pienamente con alcuni degli interrogativi, sollevati da Giovanni Franci nelle sue note di regia: “Questo spettacolo è un grido. Questo spettacolo nasce da un profondo senso di inquietudine, di sconforto, di malessere, nasce dallo spavento. E’ uno spettacolo disperato. E’ uno spettacolo che ha urgenza di essere gridato, pianto, urlato proprio perché è il risultato di un profondo e lacerante spavento. E’ simile al pianto di un bambino che ha paura, al grido di un ragazzo che chiede giustizia, al silenzio di un uomo che implora pietà. In scena si avrà l’impressione di assistere a un processo impossibile da chiudere con una semplice sentenza, perché esso è destinato a restare aperto per sempre, nella nostra memoria, nelle nostre coscienze.

Ebbene, quel grido è giunto a destinazione. Si è stampato con forza nelle nostre orecchie. Assordante. Ciò è potuto verificarsi sostanzialmente perché l’autore, assieme ai suoi impagabili interpreti, si è prodigato per farci arrivare non soltanto la nuda, crudissima essenza dei fatti, pure ricostruiti con scrupolo, ma anche quel corollario di impressioni e di analisi destinate a coinvolgere lo spettatore in una problematica di fondo: da quale vuoto interiore, da quali precipizi sociali, da quale assenza di luce è scaturita tutta quella cieca crudeltà?
Succede così che uno dei più raccapriccianti casi di cronaca degli ultimi anni si trasformi, sul palco dell’OffOff Theatre, in acuta riflessione sulle pieghe più oscure dell’animo umano. Sin dall’inizio. Emotivamente carico difatti è l’incipit, in cui Riccardo Pieretti (ovvero Luca Varani, l’agnello sacrificale, il ragazzo scelto tra tanti per fare piccoli, atroci, mortali esperimenti di banalità del Male) si rivolge quasi con candore all’uditorio, per esporre mestamente gli assurdi contorni della propria vicenda. Una leggerezza che gli è costata la vita. Da qui si sviluppa il così fosco apologo, tenuto sapientemente in bilico tra una ricostruzione della tragedia quantomai meticolosa, agghiacciante, per quanto intellettualmente onesta e mai incline a un sensazionalismo fine a stesso, ed altri aspetti non meno importanti: dal riflesso dell’omicidio sui social e sui più disparati canali di comunicazione, altro tassello di questa Babele dell’orrore, a un accorto e penetrante sguardo introspettivo, che nei momenti più ispirati ci ha persino rievocato le feroci digressioni del film di Lars von Trier, La casa di Jack. Sì, perché in scena ci sono pure loro. Manuel e Marco, figure dalle quali due interpreti carismatici come Valerio di Benedetto (apprezzato più volte anche sul grande schermo) e Fabio Vasco hanno saputo estrarre una morbosa inquietudine, un azzeramento di qualsiasi orizzonte etico e un nichilistico naufragio esistenziale, da cui lo spettatore emotivamente più recettivo non può che uscire turbato. Complice, poi, quel tocco vagamente “kubrickiano” nella messa in scena (cfr. Arancia meccanica), che specie nel momento del cruento sacrificio cui va incontro Luca lascia straniti, un po’ con la pelle d’oca e un po’ con la mente china a scrutare verso l’abisso.

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