Ivan Talarico in concerto al Monk

“Un elefante nella stanza”: album release

 

Le domande non servono a dare risposte,
danno solo un momentaneo sollievo a chi le ha poste.
Dobbiamo camminare sul filo per cadere bene.
Dobbiamo vedere il sangue per capire le vene.
Ivan Talarico, “Eppure noi viviamo ancora”

MONK, Roma, 11/5/2019. Il report di un concerto andrebbe fatto come Cristo (o magari Maometto: siamo per la par condicio) comanda. Un report che si rispetti dovrebbe avere ad esempio la playlist delle canzoni proposte nel corso della serata. Un report che si rispetti sarebbe meglio scriverlo a ridosso dell’evento stesso.

Ebbene, noialtri ci siamo impegnati a fondo per non rispettare alcuna di codeste indicazioni, di queste leggi non scritte: niente playlist, il pezzo lo abbiamo scritto a distanza di diversi giorni dal concerto, ci mancava soltanto che aspettassimo il cantante sotto casa per menargli e il “capolavoro” sarebbe stato completo. Ma a parte i normali imprevisti dell’esistenza, che hanno determinato il nostro lassismo, pure agendo in modo completamente diverso sarebbe risultato difficile rendere a parole, con la freschezza che solo i presenti hanno potuto assaporare, l’emozione di un simile evento. Del resto Ivan Talarico non lo scopriamo certo adesso. Lo abbiamo anzi seguito a teatro (La variante E.K., Il successo non è successo, eccetera eccetera) assieme al sodale Luca Ruocco, artefici entrambi di una ludica interazione col pubblico e di lucide, ironiche, surreali parabole sul senso della vita. Ne abbiamo poi rintracciato i versi, pubblicati in libricini (su tutti Ogni giorno di felicità è una poesia che muore) tanto snelli quanto sapidi: agile concentrato di naïveté, impalpabili stati d’animo e humour beffardo. Ecco proprio dal camaleontico dadaismo di quelle poesie si può ripartire, per approcciare con qualche cognizione di causa i testi di Un elefante nella stanza.

Già, è proprio il primo album di Ivan Talarico, quello che al MONK è stato presentato l’11 maggio scorso con l’ausilio di un manipolo di provetti musicisti, abili ad accompagnare un’ispirazione che procede dal vivo quale brezza di vento, mutando di continuo assieme agli umori di un autore abituato da sempre ad improvvisare con eleganza e lampi di genio: Edoardo Petretti al piano e tastiere, Giacomo Nardelli al basso, Paolo Volpini alla batteria, questi i cavalieri (delle sette note) che fecero l’impresa. Con il produttore artistico Filippo Gatti (cantautore a sua volta, nonché stretto collaboratore di artisti del calibro di Bobo Rondelli e Riccardo Sinigallia) pronto a scendere in pista per duettare con Talarico (deliziosa e ancor più goliardica, cabarettistica, la loro cover di Ci vuole orecchio, brano dell’indimenticabile Jannacci), dopo aver lavorato a lungo con lui per elaborare un suono che preservasse l’impronta genuina delle esibizioni dal vivo, maturata in anni di performance musicali e non, acquistando al contempo maggior compiutezza. Sì, perché le 12 canzoni di Un elefante nella stanza sono state selezionate tra i numerosi brani che Ivan da anni propone con la sua chitarra in tutta la penisola, tra teatri, locali, ambienti domestici e librerie. Da citare inoltre la produzione esecutiva di Gian Luca Figus, che con questo disco ha inaugurato le uscite della neonata etichetta Folkificio.

“Canzoni leggere come nuvole in un giorno di pioggia”, le abbiamo sentite definire. L’impatto dal vivo è immersivo, stuzzicante, empatico, ipnotico come quel sound che avvolge i brani esaltandone i testi, rendendo le parole di Talarico ironiche tiritere in cui il sentimento fa comunque breccia. Talvolta all’improvviso. “Tu sei ancora nervosa, attorcigli le dita, mi guardi dispettosa e indispettita”, recita la meravigliosa Battito d’ali. E poco più avanti versi come “Chiunque e dovunque sia, stai certa, glielo impedirò / e senza capire cosa fare io lo fermerò” sembrano giocare con metriche e sensazioni care a un De Gregori.

Con un occhio (o per meglio dire orecchio) ai grandi cantautori e l’altro a un cabaret d’altri tempi, Ivan Talarico macina brani, gioca coi vocalizzi più assurdi (Ho molte cose da dire, ma non mi so spiegare è impostata tutta così), varia la velocità delle canzoni eseguendone con spirito ludico più versioni, regalandoci infine una serata da brividi cui si spera ne seguiranno presto altre.

Foto di Stefano Coccia & Michela Aloisi

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