Intervista a Giuliano Giacomelli

“Profondo” si distingue già, nel panorama del cinema indipendente italiano, per l’originalità e per l’intensità del racconto, aspetti questi che abbiamo analizzato volentieri assieme all’autore.

Proprio nel mese di settembre Profondo di Giuliano Giacomelli rappresenterà l’Italia nel continente americano, sbarcando prima in Brasile e raggiungendo in seguito gli Stati Uniti. Insomma, questo lungometraggio indipendente originale e coraggioso sta già facendo parlare di sé, nel circuito festivaliero, per cui ci fa ancora più piacere essere tra i primi a poterne discutere in modo così approfondito. Profondo, per l’appunto. Come lo sguardo in mare del protagonista Marco Marchese. E abbiamo scelto di farlo dando la parola al suo giovane autore, che si è concesso volentieri per questa accesa conversazione.

Il tuo lungometraggio, Profondo, si presenta sin dalle prime inquadrature quale storia di mare, ben contestualizzata in una parte dell’Adriatico. Come mai hai voluto girare il film a Fano e dintorni? E da dove ti è venuta l’ispirazione per un soggetto che ci è parso alquanto originale, nel panorama italiano?

Il regista Giuliano Giacomelli sul set

L’idea di girare Profondo sulla costa Adriatica, e in modo particolare nelle città di Fano e Pesaro, è avvenuta in modo naturale. Sin dal principio, da quando ho avuto l’idea di voler raccontare una storia ambientata “sul mare”, sapevo che “il mare” sarebbe stato quello di Fano. Molto semplicemente perché sono sempre stato legato a quei posti. Pur essendo nato nel Lazio e vivendoci ancora oggi, tutta la mia infanzia è circoscritta proprio in quelle zone delle Marche (essendo mio padre originario di Sorbolongo, una piccolissima frazione di Sant’Ippolito) che per me sono bellissime.
Per rispondere alla seconda domanda posso dirti che ci tenevo in modo particolare ad esordire con qualche cosa di diverso e a modo suo originale. Il cinema indipendente deve far fronte a tantissime difficoltà, prime fra tutte quelle economiche, eppure ho l’impressione che spesso e volentieri sia proprio la “fantasia” ad essere la prima vittima di questo cinema. Quando sei indipendente (nell’accezione italiana), e quindi libero da qualunque vincolo di produzione e distribuzione, devi approfittarne e mettere nell’opera tutto te stesso, per far vedere chi sei e quello che hai da dire. E quindi è proprio sulle storie, sulla loro originalità che bisogna puntare. Invece noto che a modo suo, in Italia, anche il cinema indipendente è spesso “vittima” di una sorta di omologazione generale e non capisco bene il motivo. Perché non vengono esplorati generi come la fantascienza, l’avventura, il fantastico o il film di guerra? Se ci sono idee intelligenti, non è vero che per fare questi generi occorrono necessariamente budget importanti.
Per tutte queste ragioni, quando mi sono trovato a lavorare sul soggetto di Profondo, ho voluto fare qualcosa che rispecchiasse senza mezze misure l’idea che ho del cinema così come i film che amo. Sin da piccolo ho sempre avuto un debole per i beast-movie e sono sempre stato affascinato dalle tantissime leggende marinaresche che contemplano la presenza di mostri marini e creature acquatiche dalle dimensioni titaniche. Aggiungiamo poi il fascino (a cui nessuno si può sottrarre) di certi meccanismi figli del cinema western e l’amore che provo per le narrazioni minimali ed ecco che prende vita Profondo. Sì, insomma, nell’attesa di poter fare un’opera seconda (quando?) ho cercato di mettere in questo film tutto quello che mi piace.

I titoli di testa introducono un mood che occhieggia in parte al clima da “urban legend”, in parte agli antefatti locali tipici di tanti film di genere, in parte a una cornice da “mockumentary”. Puoi dirci come hai lavorato sulle immagini di repertorio e su altre trovate grafiche, per ottenere un simile effetto?

Quando eravamo al montaggio abbiamo lavorato tanto sui titoli di testa. Avevo una suggestione chiara in mente da inseguire ma a questo risultato preciso ci siamo arrivati gradualmente, in fase di montaggio. Il film ha sicuramente due cuori pulsanti: da una parte c’è l’ossessione di un uomo e dall’altra c’è la Leggenda. Profondo non è un vero monster-movie e non vuole esserlo, però è evidente che guarda affascinato verso quel filone cinematografico. Perché è il cinema che mi piace di più. I monster-movie si aprono spesso con un antefatto o con dei titoli di testa che servono a raccontare la “genesi” del mostro, a contestualizzarlo storicamente per poter far capire allo spettatore subito da dove viene la minaccia. Perciò ho seguito quest’insegnamento e l’idea, sin dal principio, era quella di creare dei titoli di testa utili a raccontare la leggenda del Diavolo Rosso, inquadrarla storicamente, e fornire dei dettagli necessari allo sviluppo della storia.
Quindi ho recuperato molto materiale d’archivio, con foto e video molto differenti fra loro, e al montaggio abbiamo cercato di assemblare il tutto rincorrendo quella suggestione che avevo in testa e necessaria a dare veridicità alla leggenda. Insomma, volevamo fare in modo che lo spettatore a fine film, ma anche durante, potesse davvero esser colto dal dubbio che quella del Diavolo Rosso fosse una leggenda reale al pari di Nessie o del Bigfoot.

La sfida del protagonista alla misteriosa creatura marina può far venire in mente, a partire dalle tante scene che avete girato in barca, certi archetipi non solo cinematografici, ma anche letterari. Vedi ad esempio Il vecchio e il mare o Moby Dick. Nel creare questa atmosfera, quali modelli avevi in mente?

“Il vecchio e il mare” e “Moby Dick” sono stati fondamentali. L’idea era proprio partire da quei due modelli e fonderli, in un certo senso. Volevo realizzare qualcosa di molto vicino al capolavoro di Melville ma, al tempo stesso, mettere da parte quell’epicità (anche per un discorso economico) per abbracciare un linguaggio molto più intimo e minimale, più vicino allo stile di Hemingway. Poi, inevitabilmente, oltre a questi riferimenti letterali c’è anche tanto cinema che mi ha influenzato. Ma molte cose sono avvenute anche in maniera inconscia. Di sicuro il mio “faro” continuo è stato Lo Squalo di Spielberg ma anche L’orca assassina di Michael Anderson che, già a suo modo, si rifaceva all’opera di Melville. Ma dietro Profondo c’è anche tantissimo cinema western per situazioni e stereotipi caratteriali, così come alcune suggestioni prelevate direttamente da alcuni thriller italiani dei bei tempi che furono. Amo il cinema a 360°, guardo di tutto, e Profondo è sicuramente figlio di questo melting pot (non solo) cinematografico in cui sguazzo fieramente.

L’elemento “mistery” si fonde sempre di più, nel corso della narrazione, con uno sguardo sempre più introspettivo sul protagonista, sulla sua solitudine, sulle sue vere motivazioni. Quanto ha influito sulla scelta di Marco Marchese la sua precedente interpretazione in Across the River di Lorenzo Bianchini, dove la presenza scenica dell’attore si era fatta valere anche nella silenziosa interazione con l’ambiente circostante, nel susseguirsi di azioni pratiche, nell’osservazione di una natura dal fascino ancestrale ma potenzialmente pericolosa?

Marco Marchese, protagonista di “Profondo”

Marco Marchese sta a Profondo così come Profondo sta a Marco Marchese. Non c’è mai stato uno senza l’altro. Ho conosciuto Marco sul set del film di Lorenzo Bianchini e da quel momento, con lui, è nata un’amicizia vera e propria oltre che una reciproca stima professionale. Questo per dire che la scelta su di lui è ricaduta in modo spontaneo e non influenzata dalla sua performance in Across the River. Sicuramente Marco ha un’espressività pazzesca ed un viso molto internazionale; tutto questo gli permette di riuscire a restituire in video delle emozioni anche durante le scene silenziose, contemplative e in solitaria. E questa era una cosa indispensabile per un film molto riflessivo come Profondo. Va anche detto, però, che quello che avevo tra le mani era un film particolarmente difficile e per tutta una serie di motivi (economici e logistici) avevo bisogno di una troupe ridotta all’osso ma composta da persone temerarie e tenaci. E vista l’esperienza in Across the River, sapevo che Marco poteva darmi questo.
Il tempo per girare è stato poco e la sceneggiatura di Profondo prevedeva continui spostamenti dalla terra ferma alla barca in mare aperto, così come intere scene in cui era necessario stare in acqua per ore. Tutto questo ha portato ad una tabella di marcia molto densa, ritmi lavorativi massacranti che hanno più volte creato malesseri fisici ad alcuni membri della troupe (girare in mare aperto ogni giorno, per più di dodici ore di fila e sotto il sole cocente non è stato semplicissimo). La troupe era sottoposta ad uno stress continuo, specialmente nelle tante giornate di mare mosso, nel dover mantenere un’attenzione continua a non inciampare o scivolare, così come a mantenere salva l’attrezzatura. Un set indipendente davvero difficile, di quelli che affronti e superi solo se ami veramente il cinema. In contesti come questo serve davvero la massima collaborazione da parte di tutti…a partire proprio dall’attore protagonista che deve, nonostante tutto, mantenere il personaggio e restituire la giusta emozione richiesta dalla scena.

Abbiamo apprezzato la tensione che si accumula, assieme agli interrogativi del caso, durante la visione. Pensi possa essere altresì un ostacolo, per il pubblico medio, quel senso di attesa associato a un taglio cinematografico più atmosferico che spettacolare?

Assolutamente no. Non esiste il film perfetto così come non esiste il film per tutti. Con Profondo ho deciso di prediligere l’atmosfera alla spettacolarità perché era quello che mi serviva per raccontare questa precisa storia. La caccia alla bestia, nel mio film, ad un certo punto diventa il pretesto per parlare anche di altro, in modo particolare del protagonista e del suo dramma. Non volevo fare un film “action” con il mostro che esce dall’acqua e mangia i bagnanti. Profondo è un film che ha bisogno di questi ritmi e di tutti questi silenzi, per motivi ovvi dopo aver visto il film, e secondo me un taglio più spettacolare lo avrebbe allontanato molto da quell’emozione che volevo raggiungere.

Dove proporrete adesso Profondo? In vista c’è già qualche festival o altre occasioni per farlo circolare, in Italia o all’estero? Abbiamo sentito parlare, ad esempio, di un’ormai imminente trasferta americana…

La volontà è quella di far circolare Profondo il più possibile e quindi la strada festivaliera diventa più che mai necessaria. A tal proposito siamo molto contenti dell’accoglienza che sta avendo il film perché sta suscitando, soprattutto all’estero, molta curiosità e apprezzamenti che non ci aspettavamo. Profondo è stato scelto per rappresentare l’Italia, a settembre, ad un festival in Brasile e poi ancora negli Stati Uniti e ad altri festival in Italia. Inoltre abbiamo da poco stretto un accordo con iuviT Media Sales per le vendite internazionali, quindi staremo a vedere cosa accadrà.

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