Sul set di Evelyn

Abbiamo incontrato cast e regista del promettentissimo cortometraggio nella suggestiva location di Villa Fulvia, a Roma, durante l'ultimo giorno delle riprese

Non capita tutti i giorni di essere invitati come “visitatori” su un set cinematografico. Esperienza resa ancora più singolare dal fatto che, nella circostanza, si stava girando un corto vicino a certi stilemi di genere.
Ma non capita neanche troppo spesso, al sottoscritto, di finire coi mezzi in angoli di Roma così distanti dal centro, quale senz’altro è la casa di cura Villa Fulvia dislocata lungo la Via Appia Nuova. Arrivati lì per l’ultimo giorno delle riprese, il 22 agosto, sotto un sole che ti spaccava in quattro come quello della leggendaria Chattanooga, Tennesse, in un vecchio spot televisivo, non sono mancati neanche gli episodi buffi; come ad esempio essere accompagnati nel padiglione dove si era sistemata la produzione in principio da un’infermiera e a seguire da una dottoressa, entrambe desiderose di saperne di più sul film in questione… e magari di prendervi parte come comparse!
Ovviamente non c’è stato modo di accontentarle, che scherzassero o meno. Meraviglioso è stato invece piombare sul set proprio mentre si stavano preparando alcune scene intense, tostissime, in quella stanza d’ospedale dove l’atteso risveglio di una paziente, ancora sotto shock, avrebbe avuto conseguenze assai sanguinolente e letali su chi le sta vicino. Questo è quanto abbiamo osservato, assieme a una folta troupe parsa motivata, ben equipaggiata e molto professionale. Passando poi dalla finzione alla realtà, ci siamo soffermati volentieri col regista di Evelyn e con alcuni degli interpreti a farci raccontare di come sia nato tale progetto. Ed è questo il piccolo “backstage” che siamo pronti a condividere con i lettori di Sul Palco.

A mettersi per primo a nostra disposizione è stato Claudio Muzio Compagnoni, il regista del corto.

Claudio, avete girato Evelyn in pochi giorni tra Roma e la Sabina. Come è nata l’idea di questo cortometraggio?

Evelyn è un cortometraggio ideato da Stefano Scaramuzzino che, insieme a Fabio Sieni, ha scritto anche la sceneggiatura, e che pur essendo stato immaginato e realizzato come singolo corto, in realtà rappresenta un ulteriore episodio della serie Dispercezioni (Disperceptions), iniziata con l’altro corto dal titolo Insania, lavori legati assieme da un fil rouge, e destinata a proseguire per altri tre o quattro episodi; nel tentativo di raccontare, attraverso l’approccio cinematografico, la malattia mentale strutturata al punto tale da essere così invasiva e pervasiva della vita, apparentemente normale, dei protagonisti ‘disturbati’, da costringerli ad agire in modo incontrollato, travolti da una incoercibile forza alla quale non possono più opporsi: solo il concretizzarsi dell’atto può consentire al malato di trovare un po’ di quiete, fino al giorno in cui un nuovo pensiero malsano non riprenda a torturare la psiche della vittima/paziente.

E nella ricerca delle location come vi siete orientati?

La storia che si dipana tra una villa casale, immersa nel verde, circondata da rilievi collinari, nei pressi di Scandriglia, in Sabina, ed una struttura sanitaria di Roma (Villa Fulvia), ci ha spinto verso una scelta avvenuta dopo una serie di sopralluoghi che, tuttavia, non ci avevano pienamente soddisfatto. Quasi per caso, uno degli autori della sceneggiatura ci propose di andare a visitare la casa di campagna della sua famiglia, e grande fu la sorpresa nel trovarci di fronte alla ‘casa di Evelyn’. Esternamente, già bella e pronta, massiccia ed imponente, coi colori e le atmosfere ‘giuste’ addirittura, con il cancello di ferro e la salitella in terra battuta che portava sulla strada comunale: immediatamente è scattato un amore a prima vista e ho compreso che la location non poteva essere altro che questa. Entrati nella villa, trovammo gli arredamenti così confacenti e ‘calzanti’, accompagnati da sensazioni ‘efficaci’ e fu quella la conferma delle prime impressioni, ma non solo, si trattava proprio della location che avevamo immaginato nel leggere la sceneggiatura, perciò decidemmo per un inizio lavorazione immediato. Da quel momento in poi, con ritmi di lavoro pesantissimi, tre giorni a lavorare in notturna, scarso recupero delle ore di sonno perduto, il caldo afoso, fastidiosissime zanzare e microfauna locale e nebulizzazioni cutanee con vari repellenti, si era deciso di partire prontamente; e con il contributo di tutta la troupe e degli attori, nonché, di volontari, dopo 4 giorni soltanto, per il sollievo e la gioia di tutti, abbiamo scritto la parola the end sulla prima parte, la più complicata, di Evelyn.

Non è questo il primo cortometraggio in cui fai riferimento al genere, Claudio, sempre però attraverso una visione molto personale. In questo e nei precedenti lavori, sui quali volendo ci potresti accennare qualcosa, è forse il “perturbante” l’elemento che risalta di più, in relazione magari a certe dinamiche sociali?

Perturbante”, sì, è esattamente questo il termine più appropriato che unisce i sostantivi pensiero-idee e l’aggettivo “pervasivo” e che rende efficacemente il senso profondo di questa mia visione, nell’affrontare le tematiche relative alle Dispercezioni cui facevo riferimento prima, nell’introdurre la malattia mentale e il percorso di un pensiero totalizzante, pervasivo, logorante e sfinente; un pensiero che, ineluttabilmente, deve realizzarsi, fino alle estreme conseguenze, pur di appagare quella spasmodica bramosia e far ritrovare un po’ di pace e riposo ad una mente e ad un corpo devastati da troppo tempo.

In Evelyn come ti sei trovato con gli attori e con una troupe che, vista in azione, ci è parsa decisamente agguerrita? Si è notato pure un tuo cameo, nelle ultime scene che abbiamo visto girare…

Non mi ritengo un piccolo gioiello prezioso (cameo), d’altronde non ne ho le fattezze, tantomeno lo sono il mio modo di essere, di pensare e di agire. La mia fugacissima apparizione è dovuta, semplicemente, allo spirito di servizio e di “abnegazione” che ho messo a disposizione, mancando una comparsa, nella scena dell’ospedale; e perché ritenevo che potessi essere utile, anche dal punto di vista professionale, nell’operare medicalmente, in uno dei momenti cruciali del corto per il quale si doveva evidenziare, molto realisticamente, professionalità e manualità tecnica.
Per quel che riguarda “l’agguerrita e tenace” truppa, non poteva essere altrimenti, perché, vuoi la mia storia personale, la mia cultura, i miei studi e la mia professione, vuoi il fatto che chi mi conosce sa bene che non poteva essere altrimenti e che mai avrei iniziato un’impresa, senza aver valutato e scelto accuratamente i “compagni di viaggio”, loro non potevano che essere quei soggetti affidabili e di eccellente caratura coi quali condividere le passioni, le gioie e i momenti di stanca, i dubbi, le incertezze e le momentanee incomprensioni, “endemiche” nella quotidianità di qualsivoglia attività manuale e dello spirito.
Il gruppo era coeso e deciso come una falange macedone e ha compiuto l’impresa.

A questo punto una domanda per Stefano Scaramuzzino, nelle vesti di autore: come attore a teatro ti conosciamo ormai da parecchio, ma sono anche diverse volte che ti vediamo collaborare con Claudio Compagnoni per la realizzazione di qualche cortometraggio. Puoi raccontarci come è nato questo sodalizio?

Il rapporto che lega me e Claudio è indissolubile da più di 30 anni, siamo molto semplicemente così in simbiosi che ogni volta che gli propongo un progetto (anche se “insano”) si butta con me a capofitto senza pensarci un attimo. Abbiamo cominciato agli esordi con il teatro portando in scena La Serra di Pinter all’ex Teatro Centrale che all’epoca non era mai stato rappresentato! (per dire le cose folli…). In compagnia c’erano giovani attori (ahimè ora tutti noi ex giovani…) come me che sarebbero poi diventati “voci” importanti (come Mimmo Strati), abbiamo continuato nel tempo con successi come Il Ventaglio a Roma proseguendo nel solco profondo della sperimentazione senza mai essere “banali”. Nonostante Claudio prima di me avesse già sperimentato con successo la settima arte e soprattutto la fotografia, da cinque anni a questa parte, complice il nostro interesse per il Cinema e soprattutto per il cinema di “genere”, abbiamo iniziato un “percorso” raccontando le DISPERCEZIONI attraverso l’approccio cinematografico, partendo già da “Episodio 1 – Insania” raccontando la malattia mentale strutturata, che lo spettatore potrà apprezzare come un “racconto” psico-thriller o psico-drammatico. Il progetto prevede lo sviluppo di 4/5 episodi di cui abbiamo appena girato “Episodio 2 – Evelyn” sceneggiato a quattro mani con Fabio Sieni, ed abbiamo un percorso (non troppo lontano) già tracciato con produzioni e distribuzione che comprenderà l’aggregazione narrativa di questi episodi in un film vero e proprio da godere al cinema.

Oltre che a Stefano allarghiamo ora il discorso a Valentina Ghetti, co-protagonista del corto, così da coinvolgere nella discussione entrambi gli interpreti principali: potete dirci qualcosa sul personaggio che interpretate in Evelyn, aggiungendo magari una postilla riguardo a ciò che trovate più stimolante, nei film di genere?

VALENTINA GHETTI: Evelyn è una donna in trappola. Chiusa nella gabbia metafisica del suo essere; scrittrice, tranquilla e solitaria, distaccata dal mondo per scelta. Ci sono incubi che la tormentano ogni notte, incubi che la svegliano ogni mattina, trafelata. Incubi sospesi. Evelyn é un vulcano pronto ad esplodere, una molla trattenuta, entropia esistenziale. Ho amato questo personaggio dall’inizio perché ha moltissime facce, per la sua ambiguità… perché mi avrebbe permesso di esplorare parti di me ancora al buio. Amo visceralmente entrare nei personaggi. Mi piace il cinema di genere poiché permette di nascondere tematiche profonde dietro cornici ben confezionate.
Anche Evelyn, infatti, non è un vero e proprio horror …diciamo che si tratta per lo più di un viaggio nella mente di una donna disturbata…

STEFANO SCARAMUZZINO: Luca nella storia è in realtà una proiezione dell’incubo di Evelyn, nella doppia veste di “amante” nel “mondo parallelo” e di medico nella realtà, ho seguito quindi un percorso “naturale” nel quale nella prima “versione” corteggiare la Evelyn “felice” per poi tornare prepotentemente alla realtà con una scena molto “forte” e di genere… Ma lascio allo spettatore la suspense della visione.

Sul set vi abbiamo visto impegnati in alcune sequenze impegnative, delicate, sia sul piano emotivo che su quello prettamente fisico, considerando anche la breve colluttazione tra voi che avete dovuto mettere in scena. Potete raccontarci come è stato lavorare insieme e col resto della troupe, parsa da fuori così affiatata?

VALENTINA GHETTI: Sono abituata alla “fisicità” sia in scena che sul set, forse perché sono una donna sportiva e amo l’azione e perciò attiro questo genere di lavori…proprio per questo ho quasi perennemente ginocchia e braccia piene di lividi!!!! L’emotività è il principale condimento del nostro mestiere, devo ringraziare la mia instabilità che mi permettete di surfarci con facilità!
Vorrei ringraziare Stefano Scaramuzzino, amico e collega di grande sensibilità, il quale mi è stato vicino nel processo di ricerca di Evelyn con enorme delicatezza poiché quando si lavora su piani così sottili dell’anima, non si è sempre centrati! Sia con Stefano che col resto della troupe, giovane ma competente, è stato un piacere collaborare e vivere intensamente 4 giorni e 4 notti insieme… in una villa decisamente del terrore, popolata da mantidi religiose, scorpioni giganti e forse, qualche fantasma…

STEFANO SCARAMUZZINO: Come hai detto tu, c’è stato un grande dispendio di “energie”, l’emotività in questi casi tende a prendere il sopravvento. Valentina oltre ad essere una bravissima attrice, vive intensamente queste situazioni (ma l’ho proposta proprio per questo) e devo dire che non ci siamo risparmiati con lividi, morsi e tanto pathos che credo abbiano avuto un bel riflesso nella sequenza girata. Con la troupe è stato molto facile lavorare, siamo amici soprattutto “fuori” dal set e quindi è stato facile per me affiatarmi. Voglio anche dire che questi sono nomi “giovani” (evviva!) che lavorano su set importanti, alcuni di loro sono a Venezia sempre con film di genere in questi giorni ed altri lavorano su set “USA” di livello internazionale. Insomma un set competente che spero otterrà i migliori risultati.

 

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