Intervista a Małgorzata Bogdańska

Protagonista al Teatro Trastevere di SIGNOR FELLINI, LEI NON MI PIACE, l'attrice polacca ci ha onorato di una intensa, piacevole conversazione, al termine dello spettacolo

Non solo proiezioni cinematografiche, all’edizione 2019 di CiakPolska, Festival del Cinema Polacco a Roma. In una location a noi particolarmente gradita come il Teatro Trastevere gli organizzatori della kermesse hanno voluto inserire anche uno spettacolo teatrale. E non uno qualsiasi, volendo considerare sia la curiosità suscitata dall’argomento, sia l’indubbia forza espressiva dell’interpretazione e dell’approccio registico. Per farla breve, lo scorso 11 novembre c’eravamo anche noi di Sul Palco in platea, per la rappresentazione di SIGNOR FELLINI, LEI NON MI PIACE, intenso monodramma di Marek Koterski interpretato da Małgorzata Bogdańska. Proprio con la grande attrice polacca, confermatasi gentilissima e assai disponibile, ci siamo intrattenuti alla fine dello spettacolo, per indagare insieme le fonti di ispirazione del loro lavoro teatrale… e anche altri aspetti, inerenti invece alla collaborazione su qualche set cinematografico.

Siamo qui a teatro, dopo aver visto ieri il vostro film, alla Casa del Cinema…

Ah, 7 emozioni!

Esatto, 7 emozioni. Tante emozioni, anche adesso…
E a tal proposito partiremmo subito con una domanda: considerando che anche Giulietta Masina è vista nello spettacolo un po’ come bambina, come spirito bambino, che differenza c’è, che correlazione può esserci con il film, dato che anche in 7 emozioni lei interpreta una bambina?

Allora, devo dire intanto che prima abbiamo fatto questo monodramma e poi abbiamo fatto il film, credo inoltre che il mio ruolo nel film sarebbe stato diverso, se non avessi avuto questa esperienza prima con la Giulietta. Penso sia così.

Un’altra cosa, sempre nel film e riportando ancora all’infanzia il discorso, mi aveva colpito molto: tutte quelle filastrocche infantili, tutte quelle rime, che alla fine creano quasi un musical nei momenti in cui tutti i ragazzi, ossia gli adulti che fanno i ragazzi, stanno insieme. Ecco, come è venuta al regista l’idea, questa cosa di puntare tanto sulle filastrocche? Mi chiedevo da dove vengono fuori, se le hanno cercate, se le hanno ricordate…

Questa è una cosa che in Polonia è veramente molto vissuta, la mia generazione come pure quella del regista Marek Koterski è una generazione che usava tantissimo queste filastrocche, questi scherzi, si dicono veramente, è una cosa da bambini. Ci sono queste risposte, vedete, in cui uno dice qualcosa e l’altro risponde con la filastrocca.

Magari da noi c’è qualcosa, però il panorama in Italia è di sicuro meno ricco…

In Polonia un genere letterario molto, molto forte è proprio la poesia per bambini fatta di filastrocche… e credo che magari questo abbia sensibilizzato un pochino il pubblico: insomma, sono cose che conosciamo tutti!

Torniamo ora allo spettacolo, a Giulietta e alla figura di Fellini: il testo ci ha emozionato molto, anche perché comunque è un’immagine di Federico Fellini che da noi non si discute più come prima. Magari dopo la morte sì, le donne, le amanti… adesso siamo rimasti un po’ colpiti, quasi impreparati. E nei giorni del festival avevamo visto anche il documentario su Joseph Nathanson, dove c’è un momento in cui ugualmente esce fuori l’immagine di un Fellini molto egocentrico, che sembra geloso del pittore polacco con cui aveva collaborato e non vuole che lui vinca l’Oscar. In un certo senso “the Dark Side of Fellini”. Come siete arrivati ad affrescare un personaggio così? Qualcuno tra il pubblico chiedeva: è simpatico o antipatico Fellini?

Allora, partendo dalla fascinazione che poteva esercitare Fellini, all’inizio vi è stato il fascino del clown, del pagliaccio. Questa era proprio l’alternativa che mi ero posta: se cioè non avessi fatto gli esami per entrare nell’accademia teatrale, avrei fatto il pagliaccio in un circo. Poi studiando all’accademia teatrale ho visto La strada, il primo film di Fellini con cui mi sono confrontata, ed ho sentito una vicinanza con Giulietta Masina. Sì, siamo tutte e due piccole, siamo tutte e due del segno zodiacale dei Pesci. Già quando studiavo alla scuola mi davano i ruoli di una poverina, di una con la gobbetta… una un po’ strana, no? E poi ho visto Le notti di Cabiria. Voglio aggiungere, forse Fellini mi perdonerà per questo, che a me veramente non piacciono tutti i suoi film di Fellini, però adoro quelli dove recita Giulietta. Da attrice, ed ora anche moglie di un regista, visto che Marek Koterski è mio marito, sento di capire il suo dolore. Non si tratta solo di queste relazioni con le donne che lui aveva, anche quello, però Marek ed io crediamo che Fellini in qualche modo abbia ammazzato la femminilità di Giulietta.

Facendole fare questi ruoli, quindi…

Lei viveva in tempi molto difficili, tempi di sex bomb bellissime, attrici molto avvenenti, e lei era un altro tipo, quasi quello dell’ amica, non una femme fatale, diciamo. Noi per esempio abbiamo scoperto che lui, per quasi 30 anni, non le ha dato nessun ruolo! Dopo Giulietta degli Spiriti, che era un film per lei molto doloroso, difficile, lui non l’ha fatta più lavorare.

L’ha tenuta bloccata!

Bravi, proprio così, bloccata! Lei lì ad aspettare questo ruolo e poi, nell’86, solo Ginger e Fred, quindi era rimasta completamente bloccata. Ho sentito un’intervista con Giulietta Masina dove lei diceva che tutto il tempo sentiva, in qualche modo, la paura del lavoro, della collaborazione con Fellini: con altri registi si sentiva tutta naturale, mentre con Fellini aveva più paura che con questi altri. Probabilmente è per questo che, per contrasto, essendo mio marito il regista, lui vuole che io sua moglie mi presenti in scena nel modo migliore possibile, creando quindi nella finzione quelle tensioni che accompagnino bene la situazione.

In cosa si sente vicina e in cosa lontana da Giulietta, proprio come donna?

Allora, intanto una premessa: io non ho una vita come quella di Giulietta, questa vita così turbata, così difficile… sento sempre dire che Giulietta era forte, ed io non sono forte. In generale, nella vita, perché io situazioni del genere non le ho conosciute.

Un’ultima cosa: visto che è stato appena citato Ginger e Fred, mi è piaciuto come viene evocato il film sul palco con un pupazzo. Mi sono venute altre curiosità rispetto a come avete messo in scena lo spettacolo, perché c’è sia la componente del racconto, quindi tutta la bravura dell’attrice nel rivolgersi al pubblico, sia il necessario dinamismo in scena. Ecco, abbiamo visto saltare le corde come accadeva anche nel vostro film, vi è un qualcosa che comunque tiene viva l’attenzione dello spettatore con piccoli cenni, con un oggetto, un’invenzione… come è stato impostato, dunque, a livello di interpretazione e di regia tutto questo?

Abbiamo scelto questi frammenti dai film che sento più vicini, quelli con cui ho maggior confidenza. Ad esempio so bene che Giulietta non amava quel film, Giulietta degli Spiriti, per lei così doloroso, ed io quindi non ho voluto fare scene da questo film.

Ma soprattutto, in questo spettacolo, la domanda è se il genio si può permettere tutto.

Ovvero quando nel testo si parla del vivere con un genio o vivere con un idiota, se tutto a fianco di un genio può essere lecito. E la risposta?

La risposta è no, il genio non ha il diritto di ferire nessuno.

Grazie per le delucidazioni così profonde e complimenti ancora per lo spettacolo!

Michela Aloisi & Stefano Coccia 

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