Mi chiamo Giuseppe

Memorie di Storia vissuta

Roma, Teatro Trastevere, 30 e 31 gennaio 2020

Mi chiamo Giuseppe

Di e con: Enrico Vulpiani

Spettacoli così dovrebbero essercene molti di più. “Mi chiamo Giuseppe” è la storia di un uomo, il nonno dell’autore e protagonista, ma racchiude in sé la storia di un intero Paese. La Nostra Storia. Quella dei nostri nonni e bisnonni, che ai più fortunati è stata tramandata oralmente dagli stessi protagonisti, ma in troppi casi si è persa nei meandri del passato. Il risultato è una generazione, quella odierna, sempre più allo sbando, priva di quel punto di riferimento che i nostri nonni sono stati per la nostra e di quei valori che da loro ci sono stati trasmessi. Ecco, in questo senso “Mi chiamo Giuseppe” è una piccola perla preziosa nel mare sconfinato; il teatro è finzione, ma sa raccontare storie vere con passione e delicatezza. È quello che fa Enrico Vulpiani, portando in scena non solo una storia, ma l’amore di una famiglia Italiana come ce ne sono tante. Unica, eppure universale.

Giuseppe nasce nel 1911 in un piccolo paesino abruzzese; studia fino alla terza elementare, perché se non eri ricco a quei tempi era il massimo che potevi fare. Si trasferisce a Napoli, si innamora, ma erano gli anni della politica coloniale del Fascismo, e Giuseppe viene mandato a combattere nella guerra di Abissinia (1935-36). Il racconto, conciso e straziante, degli orrori visti e vissuti, ci ricorda quello che l’Italia della rinascita ha voluto dimenticare: che non esiste una guerra giusta o sbagliata, ogni conflitto porta in sé dolore ed orrori. I compagni di Giuseppe cadono tutti; lui si salva perché il destino ha deciso diversamente: ricoverato in infermeria per un banale ma provvidenziale incidente, non partecipa alla battaglia suicida.

Torna a casa, si innamora di nuovo, stavolta si sposa; Yolanda sarà la sua compagna per tutta la vita. Avranno tre figli; il primo morirà ancora piccolo, gli altri due continueranno la storia della famiglia. Ma la storia di Giuseppe non finisce qui. L’italia entra nella prima guerra mondiale, Giuseppe viene richiamato per partecipare alla campagna di Russia (1941-43). Ma non è più un giovane, in quegli anni si cresceva presto, e ha già vissuto sulla sua pelle gli orrori della guerra; in più ora ha famiglia e sa che non sarebbe più tornato da loro. Trova il modo di scamparla, e arriva a Roma come guardia d’onore di Mussolini. Vive con la famiglia a largo Argentina e quando si affaccia alla finestra e vede il teatro, come da bambino vorrebbe intrufolarcisi dentro. Per cancellare dagli occhi le immagini degli orrori cui è costretto a partecipare. E per sognare ancora.

Ma la guerra finisce, l’Italia inizia la sua rinascita. Sono gli anni ’50, e Giuseppe, per mantenere la famiglia, è costretto ad emigrare. Raggiunge il fratello in Inghilterra, la perfida Albione, dove rimarrà per dieci anni; e che diventerà per lui una seconda patria. Giuseppe è affascinato da questo nuovo mondo; la vita dell’emigrante è dura, ma lui si adatta facilmente e intesse forti legami di amicizia. Tornerà a Roma; vivrà dolorosamente il lento declino e la morte dell’amata moglie, vedrà i figli andar via di casa, e come la maggior parte dei nonni di quegli anni, sarà lui a crescere i nipoti.Uno in particolare. Quell’Enrico che al nonno è legatissimo, tanto che, una volta grande, non smette di andarlo a trovare all’uscita da scuola, dal liceo, dall’università. E ad Enrico, Giuseppe racconta la sua storia, lasciandolo testimone della sua vita e di un pezzo di Storia. Ora Giuseppe non c’è più, ma è sempre presente nel cuore e nella memoria di chi lo ha amato. E guarda con un misto di curiosità, orgoglio ed immenso amore suo nipote raccontare al mondo la sua storia.

Michela Aloisi

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