MARISA SOMMA, MAESTRA DI PIANOFORTE

Un riverente omaggio

Marisa Somma è una donna dal carisma e lo spessore musicale straordinari, capace di forgiare fior di artisti magnifici e di lasciare una traccia indelebile del suo passaggio nelle loro vite.

A lei si sono rivolti e continuano a chiedere quanti, più o meno dotati, nella musica hanno trovato una via di espressione. A lei va il mio ringraziamento più sentito per avermi fatto capire che quella della musica è una strada felice ma non facile e che “giocare, essendo al contempo seri”,  all’uso dei bambini, è il concetto nel quale si racchiude la sfida di ogni artista onesto: onesto verso il pubblico, verso l’arte e, cosa ancora più importante, verso se stesso.

Nata a Bari, si e’ diplomata con lode e menzione d’onore sotto la guida di Vincenzo Vitale al Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli, e ha studiato armonia e contrappunto con Ferdinando Sarno.  Ha continuato la sua vita di studio con costante impegno e questo le ha dato la stima di veri musicisti. L’affermazione in campo internazionale dei suoi alunni ne è un’autentica risposta. Ha unito la riflessione e il lavoro didattico al contatto con il pubblico. Ha suonato in prestigiose sale tra cui Schubertsaal di Vienna, Salzburg Palace Concerts, Politeama Greco di Lecce, Museo Carolino di Salisburgo, Salone degli affreschi del Collegio Borromeo di Pavia, Antico Monastero Santa Rosa di Amalfi, Villa Rufolo a Ravello, Rodi Garganico. Ha registrato per la Rai musiche di Mendelsshon, Britten e Bartok. Dal 1991 promuove e coordina con molti suoi colleghi pianisti, musicologi e compositori, lavori artistici di grande impegno per il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari: “Viaggio intorno alla mia camera”, Bach “Clavicembalo ben temperato”, Clementi “Gradus ad Parnassum”, Beethoven 32 Sonate, “F. Liszt: l’anelito verso Dio” e “L’attimo – la Musica e il presente vissuto” Schumann, Debussy e il mondo contemporaneo.

Il mio primo incontro con Marisa Somma risale al novembre del 1988. Era la mia prima lezione di strumento in Conservatorio, a Bari, ed i miei genitori, i quali mi avevano accompagnato sin di fronte all’aula del lunedì, mi attendono nel corridoio del primo piano in uno stato di febbrile agitazione. La Signora mi appare sul fondo, seduta alla cattedra. Si alza per salutarmi e mi accorgo  di avere di fronte una donna minuta e ben piantata, emblema di una autentica solidità mentale. Mi stringe la mano con energia e, dopo avermi chiesto di presentarmi ufficialmente alla classe, m’apostrofa con il secco inciso: “bene, abbiamo fatto i fatti nostri”. Vengo invitato ad accomodarmi ed assisto ammirato alla lezione di Gianfranco Sannicandro, all’epoca al nono anno di pianoforte, che esegue in modo magistrale e privo di sbavature lo studio n°11 op. 25 di Chopin. Conosco bene il brano, avendolo ascoltato un’infinità di volte su un vinile di Earl Wild ed oso un timido commento, in cui chiedo se si tratti del pezzo di Chopin dal titolo: “vento infernale”.

Al che la Signora, divertita, mi risponde: “no, noi con l’inferno non c’abbiamo mai avuto a che fare”, tra le risate dei presenti. Arriva poi il momento di sistemarsi al pianoforte. Sono consapevole di poter dare una buona impressione ed affrontare questa prova con la massima determinazione. Una piccola polonese di Bach e uno studietto di Duvernoy costituiscono il preludio alla mia esibizione. Ma è durante un valzerino di Kabalevsky che avviene l’imprevedibile. Tirando fuori una musicalità sconosciuta persino a me stesso fino a quel momento, mi muovo mentalmente e fisicamente in uno stato di totale ed assorbito abbandono. Azzardo addirittura l’uso del pedale del forte e “mi piaci per il tuo modo di fare” è il criptico commento della Signora, dopo lo spegnimento dell’ultima nota: il miglior battesimo che potessi ricevere.

Non basterebbe l’intera enciclopedia Treccani per esporre la personalità generosa, magnetica e rigorosa di Marisa Somma. In lei hai l’impressione che l’elemento musicale trovi un sicuro appoggio ed una piena comprensione. Credo di poter affermare, con un buon margine di certezza, che la parola “comprensione” sia alla  base del suo magistero didattico e della sua carriera professionale. Per interpretare qualcosa bisogna capirla e per capire si deve essere in grado di leggere correttamente. La capacità di lettura si sviluppa attraverso la conoscenza dell’alfabeto musicale (armonico, melodico, ritmico) e ciò richiede ore di studio meditato, un’infinita pazienza ed il sincero desiderio di “portare scientemente la croce”. Fuori da questo binario non vi può essere onestà; alla larga da questo terreno non può maturare alcuna “professione”.

“Pensa a quello che fai! Tu stai dentro Marte, e chi ti ci riporta su questa terra?”, “oppure “Tu fai quello che vuoi, non quello che è scritto!” Frasi come queste saranno familiari agli allievi, oserei dire centinaia, che Marisa Somma ha seguito in oltre quattro decenni d’attività didattica. A me le ripeteva con grande frequenza. Per quanto semplici appaiano tali rimproveri, racchiudono in sé il cuore della problematica, per come la Signora l’intendeva. Essere presenti a se stessi nel momento dell’esecuzione è l’elemento chiave del processo di consapevolezza cui qualsiasi musicista serio viene chiamato ad aderire. Lo stare su questa terra, lungi dall’impedire i naturali moti dell’immaginazione, equivale a collocarsi su di una roccaforte da cui la sensibilità artistica è libera di spaziare, nel rigoroso rispetto della scrittura. Conoscere la partitura nei minimi dettagli, essendo capaci di cantarne tutte le parti interne, fare ciò che è scritto e non ciò che si vuole è il “Vangelo” dell’ interprete. I geni del passato annotavano sullo spartito tutto il necessario ad una corretta interpretazione e, laddove la scrittura non sia dettagliata, ciò che non è esplicitamente fissato su carta si può desumere dall’analisi musicale. Fare quel che è scritto, indi registrarlo per poi riascoltarsi, supportati da un opportuno spirito critico, ci mette al riparo da pericolose insidie e mistificazioni e, per usare un’espressione molto cara alla signora, “ci garantisce la dignità delle cose”.

Molto si è parlato della tecnica pianistica di Vincenzo Vitale, didatta tra i più rinomati e rappresentativi del ‘900 italiano, e di quella di molti suoi allievi. La stessa Marisa Somma, che di Vitale è stata tra le discepole più talentuose, veniva descritta come un autentico faro in materia di tecnica strumentale. Riguardo a tale questione è opportuno far bene chiarezza.  La Signora Somma è pianista dotata di una sensibilità musicale dirompente e di un temperamento immaginifico cui solo ore di studio rivolte all’analisi del testo, alla postura e all’approccio al tasto, hanno messo al riparo dai rischi legati a una sovrabbondante emotività. Il dominio del mezzo ci tutela dalle esondazioni interiori che, se rese completamente libere di agire, farebbero crollare l’intero palazzo.  Se ci è chiaro quel che dobbiamo dire e possediamo un lessico adeguato ad esprimerlo, il discorso fila. Quel lessico è “la tecnica”. Malgrado ai tempi non sia stato uno studente modello, ho capito la preziosità del lavoro con la Signora subito dopo il Diploma. Annusare l’“aria fritta” dei presunti luminari alle cui porte avevo cercato asilo, conclusi i miei studi accademici, m’ha fatto realizzare che chi ha la fortuna di lavorare al fianco della Signora Somma, al termine del suo percorso, non ha bisogno di rivolgersi a chicchessia. Giacché è stato  messo nelle condizioni di capire la logica dei brani che affronta, riuscendo ad avvalersi di un’appropriata gestualità espressiva; di realizzare delle corrette analisi volte all’identificazione di tensioni e distensioni, cadenze, modulazioni e climax, frasi antecedenti e conseguenti. Inoltre la Signora ci ha sempre stimolati ad elaborare diteggiature utili alla logica del discorso, nonché alla memoria, provvedendoci della corazza tecnica per fronteggiare le più svariate difficoltà.

Le lunghe lezioni sul corretto uso del pedale del forte in modo ritmico, armonico e melodico, a seconda dei casi, mi riaffiorano alla mente di continuo. La definizione che Marisa Somma diede dello stesso pedale, in una lezione di 28 anni fa, fu quella di: “spirito pratico che ci avvicina all’espressività del pezzo”. Tale affermazione me la porto dentro ancora oggi. Lo spirito: ciò che vivifica e che bisogno di un “corpus” concreto per manifestarsi. Se la nostra impalcatura musicale, ossia il suddetto “corpus”, non è sufficientemente solida, lo spirito agisce ostativamente alla sua missione. Lo stesso ragionamento vale per l’uso del pedale sulle composizioni pianistiche. Nella prassi esecutiva a memoria, poi, le assimilazioni uditive, visive e digitali, devono affiancarsi a un adeguato assorbimento concettuale, ch’è poi un’ancora di salvezza in caso di “vuoti” mnemonici. Tutte queste problematiche ci sono state illustrate sin dal primo giorno di lezione, all’insegna di un unico e indefettibile obiettivo: la nostra autonomia musicale.

Riguardo alle resa in concerto della Signora Somma, molto ci sarebbe da dire, ma limiterò le mie riflessioni allo stretto necessario. Ricordo, per esempio, l’esecuzione di un Preludio di Bach, con relativa Fuga, che la vide protagonista nell’ambito di una rassegna da lei stessa organizzata presso la Saletta dell’Auditorium “Nino Rota”, e che prevedeva l’esecuzione integrale del Clavicembalo Ben Temperato. Fui vividamente colpito da quei sedicesimi scarniti, limpidi, asciutti, privi di velleità, ricchi solo della forza ritmica unita alla bellezza delle note. Nessuna variazione dinamica, ma un preciso numero di note che necessitavano di essere dette, enunciate, democraticamente eguali l’una all’altra, unite dall’invincibile filo della logica. Per una volta abbiamo udito la mistica ragione di Bach, senza interventi corruttori, priva di fronzoli ed orpelli deturpanti: Vox Dei. Nell’esecuzione delle “Scene Infantili” di Schumann veniva invece fuori tutto il temperamento poetico e la grande personalità della Signora. Il suono che scorre ricco di immagini e di sfumature. Sembrava che a suonarle, quelle note, fossero le dita di un bimbo, fragili di purezza, filtrate dalla solida saggezza dell’anziano in un unico e circolare afflato. Vedere Marisa Somma al Pianoforte, anche durante le lezioni, era un godimento per l’udito e la vista. Le sue piccole mani, capaci di sostenere con naturalezza le più erte difficoltà strumentali, rispondevano a due occhi scaltri, esperti nell’interpretare il segno e nell’offrire soluzioni logiche e sensibili a questioni essenziali. Marisa Somma era contraria alle soverchie chiacchiere e credo lo sia tutt’ora. “Fare è molto difficile”, questo il suo monito. E per agevolarci in questa faticosissima arte parlava assai poco e quel che diceva era di una tale chiarezza che difficilmente lo si sarebbe potuto fraintendere.

Mi accadeva spesso di arrivare in ritardo a lezione, specialmente il lunedì sera. Bhè, potevo star sicuro che se anche il mio contatto con la Signora si fosse ridotto ai soli cinque minuti finali, ci sarebbe stato il tempo sia per suonare che per ricevere una frase su cui riflettere e lavorare per una settimana e più.

Il martedì mattina, alle otto meno  un quarto, è un appuntamento ricco di emozioni. La porta chiusa, l’aria immobile, e noi ragazzi in attesa dell’arrivo della Signora. Ansie, paure, voglia di fare e non fare. Poi d’un tratto quel passi nel corridoio, che parevano fendere l’aria, passi riconoscibili tra mille, i suoi: tensioni, amore, suoni, vita, musica mi attanagliano il cervello. La Signora fa il suo ingresso in aula. Non c’è più tempo per pensare: “Forza Francesco, mettiamoci a lavorare!”

Francesco Paniccia

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