UNA STORIA D’AMORE D’ALTRI TEMPI

L'amore a distanza di una volta
Mai come in questo momento di fermo sociale per via dell’emergenza Covid 19, si riscoprono valori, sentimenti, ricordi, che fanno parte della nostra vita e che ci tornano alla mente, a riportandoci alle nostre radici ed a cosa apparteniamo.
I legami di sangue, in particolare con nonne e bisnonne, ci tracciano già dalla nostra nascita, la strada che percorreremo, grazie ad attitudini e peculiarità ereditate da loro.
È stato emozionante per me trovare nel web una storia di una famiglia che è stata  creatrice di abiti e calzature raffinate ed eleganti a partire dai primi del ‘900 ed al  periodo successivo a questo. Abiti ricamati con abilità uniche, e scarpe di una fattezza inimitabile.
Occupandomi della pagina di moda di questo giornale non ho potuto fare a meno di contattare Chiara Lippolis, che aveva raccontato in un post su un gruppo fb  (Storia della moda e del Costume) questa meravigliosa storia perché nipote e diretta testimone di quanto lei stessa narrava. Mi ha inviato in una mail i suoi struggenti ricordi, che hanno riempito  il mio cuore di nostalgia e d’amore. Che vi lascio con vero piacere qui di seguito.
I protagonisti di questa storia, di vita vera e vissuta, sono i genitori della mia nonna paterna e omonima Chiara: la mia bisnonna Rosa e suo marito il bisnonno Giuseppe. Nonna era un’eccellente sarta, ricamatrice, teneva le fanciulle a cui insegnava l’arte del ricamo e del cucito, ed era la sarta di fiducia della storica boutique Mincuzzi in Via Sparano a Bari.
Nonno Giuseppe invece faceva scarpe a mano, di un certo valore. Nonna Rosa nacque nel 1898 (vi metto a disposizione questa foto in cui è ritratta ancora nubile, all’età di circa 15-16 anni, dunque la foto risale al 1914-1915 circa) . Invece nonno Giuseppe era nato nel 1895, e in queste foto è ritratto a fine anni 20, primi anni 30 a Chicago.
La storia dei miei bisnonni è molto particolare. La loro unione fu osteggiata dalle rispettive famiglie, poichè nonno Giuseppe era molto alto, superava 1,90 mt, mentre nonna Rosa era piccolina, e alle famiglie non stava bene perchè sostenevano che insieme avrebbero fatto ridere il paese. Tuttavia loro furono più forti di tutto, e così fecero la “fuitina”, che consistette in una serata al teatro Petruzzelli a seguire non so bene quale opera (ma forse la Madama Butterfly, perchè ogni volta che la loro figlia, divenuta adulta, ovvero mia nonna Chiara, ne ascoltava il coro muto o la celebre aria “un bel dì vedremo”, piangeva sempre, dicendomi che per lei quella musica aveva un valore particolarmente caro) e la mattina successiva si sposarono in comune alla sola presenza di due compari testimoni.
Tuttavia la crisi economica successiva alla prima guerra mondiale non faceva andare bene le cose, e così mio nonno Giuseppe, dopo aver messo al mondo i suoi due figli, intorno al 1926 circa emigrò negli Usa a Chicago, dove avviò la sua attività artigianale di creatore di calzature fatte tutte a mano, e assicurò un futuro decoroso alla sua famiglia. Dopo circa un anno dal suo trasferimento, una volta stabilizzatosi, chiese alla moglie di raggiungerlo con i figli, ma la mia bisnonna non volle lasciare la sorella nubile che viveva in casa con loro e che faceva l’infermiera, ed aveva paura del lungo viaggio. 
Seguirono tanti tentativi del bisnonno per convincere la moglie a trasferirsi, ma alla fine capì che Rosa non avrebbe mai lasciato il paese. 
E così non si videro mai più, se non in foto, ma mantennero vivo il loro amore con una fitta corrispondenza, che si interruppe solo quando nonno Giuseppe morì dopo la seconda guerra mondiale.
Il nonno Giuseppe, raccontava mia nonna Chiara, oltre a inviare sempre denaro, inviava dall’America tessuti, abiti scarpe e bozzetti, che nonna Rosa riproduceva e realizzava. 
Ironia della sorte, la bisnonna Rosa alla veneranda età di quasi ottant’anni, o poco prima a fine anni 60, o primi anni 70, vinse ogni paura, prese da sola un aereo e volò a Chicago a trovare un fratello che si era stabilito là, e fece visita alla tomba del marito. 
Nonna Rosa ci lasciò serenamente nell’agosto del 1986.
Io all’epoca avevo 6 anni, ma la ricordo perfettamente, ed in particolare ricordo il rito della pettinatura. Aveva una lunghissima treccia argentata, che ogni mattina mia nonna Chiara spazzolava con dolcezza, e raccoglieva in una crocchia, che la bisnonna ha portato per tutta la sua vita. Quella crocchia argentea era il suo segno distintivo (io vivevo nel piccolo palazzo di famiglia insieme ai miei nonni e dunque ero sempre presente!). 
Mio padre invece raccontava sempre che quando era bambino, e suo padre era in Venezuela, spesso si svegliava la notte e gridava che voleva prendere la luna! La bisnonna Rosa, che viveva con loro (mio padre era l’unico maschio, cresciuto in un gineceo, ovvero sua madre, sua nonna Rosa appunto, la sorella di mio padre, la sorella nubile della bisnonna Rosa, e la sorella nubile di mio nonno paterno, ovvero di quello che era in Venezuela…sì lo so che è un po’ un pasticcio!!!) in piena notte lo vestiva, lo portava in strada per vedere la luna, tranquillizzandolo con storielle e con la promessa che da grande l’avrebbe conquistata!
Di lei serbo un dolcissimo ricordo, delle foto, di cui una in particolare in occasione di un mio compleanno, in cui sorridendo mi applaude (ricordo che agli anziani piaceva tanto applaudire in ogni occasione di festa, forse perchè apparteneva ai gesti liberatori di chi ha vissuto la guerra), e una collezione di rocchetti in legno di fili di seta, che mi lasciò prima di morire, e che erano quel che le era rimasto della sua vita di sarta e ricamatrice.
Una vita dedita alla sua famiglia, a tenerla unita con le unghie e con i denti, a dispetto di tutto, e alla sua grande arte.
Una donna piccola di statura, ma grandissima di cuore e di forza di volontà”.
Testimonianza raccolta da Sophie Sapphire Marzia Bortolotti 
Grazie a Chiara Lippolis per la sua meravigliosa testimonianza
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