La rabbia (di Louis Nero)

Un film onirico e visionario, acuta critica del mondo del cinema odieno

La rabbia
Regia: Louis Nero.
Con: Nico Rogner, Franco nero, Tinto Brass, Faye Dunaway, Giorgio Albertazzi, Lou Castel, Arnoldo foa, Philippe Leroy, Franco Beltrame.

Film del 2008, disponibile da maggio 2020 sulle piattaforme Amazon Prime Video, ITunes e GooglePlay.

Un film indipendente con un grande cast, una acuta critica del mondo del cinema fatta dal suo interno, in un mondo surreale dall’atmosfera onirica. Ma è proprio La rabbia del titolo la grande assente. Quella rabbia che dovrebbe provare il protagonista, un giovane regista in crisi perché nessun produttore sembra intenzionato a finanziare il film su cui lavora da anni e che si trova a combattere contro un sistema interessato al denaro anziché alla creatività. Per i produttori cinematografici (qui incarnati in Giorgio Albertazzi e Tinto Brass), un film è solo un prodotto industriale, non un’opera d’arte. Guidato dal suo Mentore, un inedito e bravissimo Franco Nero, il Regista si inoltrerà così nei meandri più profondi dell’inferno della settima Arte, tra produttori pragmatici ed Attori (un grande Arnoldo Foà) che rivendicano la propria Arte come vera creatrice dell’opera finale, (“Io sono il creatore del film, non il regista, io ipnotizzo il pubblico, io sono l’artista, lui è un tecnico”), tra un presente fatto di una casa desolata e della sua ragazza che se ne va e di amici che non lo comprendono e un passato che ritorna attraversando una porta rossa (che fa tanto Grande Fratello) sulla spiaggia appoggiata agli stipiti del nulla, dove ritrova il nonno morto (Philippe Leroy) e una misteriosa bambina, in equilibrio, senza soluzione di continuità, tra sogno e realtà.

Il viaggio inizia proprio dal risveglio del Regista sul suo letto in riva al mare e dalla simbolica porta rossa, varcata la quale passato e presente si intersecano e si confondono e tutti i personaggi trovano il loro posto come su una scacchiera, mentre il protagonista ricerca invano se stesso. Se Madre (Faye Dunaway) e Nonno rappresentano il passato e la famiglia, amici, registi, produttori, attori sono il presente e l’Arte calpestata, divorata dall’insensibilità dei suoi protagonisti alla ricerca di soldi e successo a scapito dell’autorialità. Chiaro il messaggio d’allarme lanciato: critica, produttori e politici hanno ucciso il cinema; se la politica vuol comandare il cinema e il potere vuol tenere tutti nell’ignoranza, se i produttori insensibili non partecipano della crisi evolutiva del prodotto e per avidità di denaro divorano cuore e anima, la figura del Regista viene essa stessa divorata dall’ambiente che lo circonda e lo inghiotte. E l’unica soluzione resta l’autoproduzione, rapinando una banca per trovar i fondi necessari.

Il tentativo di Louis Nero è quello di scuotere le coscienze colpendo basso, e lo fa con il suo stile: girato quasi interamente di notte, il protagonista vaga solo nella nebbia (che lo accompagna anche di giorno), mentre il regista si diverte con inquadrature oblique, primi piani sfocati, immagini psichedeliche e rallentate, lunghi pianisequenza, estenuanti monologhi e verbose citazioni, il tutto avvolto nella straniante colonna sonora di Luis Bacalov. Se è vero quel che gli amici dichiarano nel film, che il risultato finale è diverso da quello pensato all’inizio, che scrittura e processo creativo cambiano la meta finale, in questo caso il film d’autore si evolve in un prodotto intelligente e ben realizzato ma di contro eccessivamente cervellotico ed immerso in un trip psicoanalitico, dallo strumento narrativo fragile seppur con spunti interessanti, come l’invito della Madre alla morte del nonno ad aprire altri occhi in altri luoghi, laddove il Nonno è la forma dell’inconscio del Regista, e a non credere al lieto fine. Ma è soprattutto la riuscita figura del Mentore il leit motiv dell’opera: il suo compito è quello di pungolare il suo protetto per risvegliare la sua creatività, perché l’umanità esiste per creare opere d’arte, anche se, come si dicono Magritte e l’amico Van Loom, ‘in pochi capiranno e ci lasceranno morire di fame’. E così è oggi nella settima Arte: i grandi del cinema sono stati allontanati (ed “è più facile uscire dall’alcolismo che rientrare nel cinema”) a favore degli “gnomi della televisione”, non più pronti a morire per l’Arte ma piuttosto a prostituirsi per denaro ed un minuto di celebrità. E allora ecco che torna la rabbia del titolo, ma non una rabbia cieca, completamente estranea al film, piuttosto una risorsa energetica: perché “la rabbia è dolore e forza: puoi scagliarla contro te stesso o gli altri. Puoi tenerla dentro e trasformarla in azione di pura bellezza”.

Michela Aloisi

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