Le pergamene di Sertorio

La travagliata e avventurosa esistenza del generale romano Quinto Sertorio, in un romanzo storico appassionante dall'inizio alla fine

Le pergamene di Sertorio
(Il romano che sfidò Roma)
Autore: Nelson Martinico
Edizioni Spartaco
Collana: Dissensi
Pubblicazione: 4 maggio 2017
Pagine: 384 p.

Intro: Traiano convoca a palazzo Plutarco: in Spagna sono state rinvenute alcune pergamene preziose perché scritte di proprio pugno dall’oratore e condottiero Quinto Sertorio. L’imperatore incarica lo scrittore e storico greco di mettere ordine in quei documenti risalenti al I secolo avanti Cristo, sfrondando e limando, per restituire dignità a un grande uomo di Stato condannato all’oblio. Sebbene lo storico Sallustio, nelle sue Historiae, lo tratteggi come un grande, sfortunato condottiero. E così, attraverso un’autobiografia, Sertorio in prima persona racconta gli avvenimenti drammatici e affascinanti della sua vita: il legame con la madre e il pedagogo Filostrato, l’educazione rigida, gli studi, le amicizie, l’amore bruciante per Flavia, l’affermazione come oratore nella Capitale. Vicende familiari ed episodi di vita pubblica si intrecciano, sullo sfondo di una Roma spaccata in due fra popolari e aristocratici. Con la dittatura di Silla, al democratico Sertorio non resta che superare Alpi e Pirenei fino alla terra dei suoi antenati materni. Proprio qui l’eroe di Aquae Sextiae, orbo di un occhio, acclamato dal popolo come un nuovo Annibale, diverrà un ribelle contro l’Urbe dando ai suoi partigiani, iberici e non, usi e istituzioni romane, con l’intento non di abbattere la Repubblica, ma solo la corruzione che in essa si annida. Inferti gravissimi danni agli eserciti di Metello e Pompeo, alla fine cade vittima del tradimento.
Storia, leggenda e invenzione letteraria si fondono in un libro avvincente. Personaggio straordinariamente attuale, Quinto Sertorio nei Paesi iberici è tuttora ritenuto un eroe nazionale ed è oggetto di saggi e racconti. È tempo che la sua figura sia riscoperta anche in Italia.

«Uno dei più grandi uomini, se non il più grande…»
Theodor Mommsen

Circondato da selve e burroni ed accompagnato da un’incantevole cerva bianca come in un film di Miyazaki, cieco da un occhio e perciò facile da rappresentare quale alter ego di Kurt Russell alias “Jena” Plissken in 1997: Fuga da New York, il generale Quinto Sertorio ha significato davvero tanto per l’infanzia di chi scrive, trovandosi ad incarnare, volendo, l’equivalente romano dell’Uomo Tigre, di Batman o di Megaloman. Un concentrato a dir poco efficace, insomma, di tutti i più gagliardi eroi che nell’immaginario di un ragazzino cresciuto problematicamente nella capitale di metà anni ’80 potevano avere diritto di cittadinanza. In compagnia magari di Paulo Roberto Falcão “ottavo re di Roma”, volendo restare per certi versi in tema…
Una pre-adolescenza davvero bizzarra, commenterà cinico qualche lettore. Eppure, con un paladino del genere a disposizione, la fantasia poteva correre a briglia sciolta. Merito, questo, di svariate letture, tra le quali certi bellissimi libri illustrati di Laura Orvieto occupano senz’altro un posto di riguardo. Magari le nuove generazioni potessero contare su un letteratura per l’infanzia appassionante, piena di valori, come quella sfornata nelle prime decadi del novecento dalla forbita scrittrice italiana!
A lei si deve quel progetto editoriale, Storia delle storie del mondo, inaugurato nel 1911 con Greche e barbare e portato poi avanti, a distanza di anni, con un paio di volumetti tesi a rievocare con toni romanzeschi il glorioso passato romano. In uno di questi, La forza di Roma (1933), l’affresco vivace  degli anni in cui la Roma repubblicana si avviava verso profonde trasformazioni aveva proprio lui, il generale mariano Quinto Sertorio, quale grande protagonista: “Ma né le acclamazioni dei soldati, né la guerra che Roma gli faceva, né l’affetto che gli portavano gli indigeni, né i dolci occhi della cervetta bianca potevano sopire in cuore all’esule la disperata nostalgia della cara patria. Sertorio ripensava al passato. Egli lo sapeva bene che sempre, e solo, e non mai ascoltato, aveva cercato di opporsi a quelle crudeltà colle quali il partito democratico, non da lui neppure scelto, ma nel quale si era trovato per dovere di soldato, si era reso odioso; a quelle terribili stragi con le quali Mario aveva indignato Silla, e provocato nuovi e più terribili eccessi quando Silla, sopraggiungendo di ritorno dall’Asia, aveva sopraffatto Mario. Si era opposto invano, e contro la sua volontà era rimasto fra quelli che non avevano voluto rinunciare alla lotta fino all’estremo. E adesso combatteva contro Roma: egli che pochi anni prima era stato ufficiale romano in Iberia, mandato a rappresentare la patria, combatteva adesso contro di lei; combatteva, sperando di potere una volta o l’altra venire a patti con Roma e tornare in patria: combatteva con pochi soldati contro molti; combatteva una guerra tutta agguati e sorprese, nella quale il suo agilissimo ingegno doveva trovare sempre nuovi accorgimenti per indurre i nemici a spostarsi come e dove voleva lui, in modo che i suoi pochi soldati potessero punzecchiare e tormentare continuamente il poderoso esercito che aveva di fronte, impedirgli di andare a fare provviste di acqua e di viveri, impacciarlo nei suoi movimenti.

Ecco a voi il libro di Laura Orvieto, ovvero, per chiunque l’abbia letto con la giusta empatia, l’origine del Mito: quello di un comandante Romano con la stoffa dell’eroe romantico, figura tragica capace di fare da ponte tra due mondi, di unirli in una sintesi precaria ma affascinante, usando quale collante pure la sua spregiudicata condotta bellica che per certi versi seppe anticipare i dettami della “guerrilla” moderna.
Chissà cosa avrebbe potuto combinare un uomo di tale levatura per Roma, se si fosse trovato ad agire in circostanze storiche meno sfortunate…
Di sicuro colpisce in negativo il fatto che in Italia pochi altri scrittori, per non parlare poi di quei cineasti “distratti” a volte da vicende ben più effimere da portare sullo schermo, abbiano avuto l’ardire di confrontarsi con la sua figura, con la sua leggenda. Ben diversa la faccenda in Spagna. Per ragioni anche “campanilistiche”, grande attenzione è stata riversata in passato nei confronti di quello strano condottiero, che, sopraggiunto da Roma, aveva fraternizzato con le popolazioni iberiche, spesso vessate da governatori corrotti e combattute anni prima con una ferocia che Andrea Frediani, nel recente La guerra infinita, ha saputo descrivere con notevole virulenza. Valide testimonianze sono in tal senso romanzi come Las cerezas de Quinto Sertorio di Carlos Oliván o Sertorio: un general contra Roma di João Aguiar, accolti con grossa curiosità dal pubblico di lingua spagnola e tradotti anche all’estero. Ma da noi, intanto, cosa succedeva? Ben poco, purtroppo, finché la sfida non è stata raccolta da una una penna agile e ispirata. Ed è a Nelson Martinico, ovviamente, che si fa ora riferimento.

“Quinto Sertorio e la coda di cavallo” di Gerard van der Kuijl, 1638

Godiamoci subito un frammento della sua scrittura: “Nella fortuna avversa la memoria non ama i dettagli, per non pagare ulteriore tributo di dolore al rianimarsi delle cicatrici. Anche se è vero che è nei particolari che vive e si mantiene l’interesse di un racconto
Ecco, questa capacità di tenere vivo l’interesse del racconto è forse tra i pregi più evidenti de Le pergamene di Sertorio, libro che indulge a volte un po’ troppo in dettagli da epic fantasy (vedi le picaresche avventure attribuite a Teutobodo re dei Teutoni, lo sconfitto di Aquae Sextie), ma che sa poi ritrovare rocambolescamente la rotta, restituendo del suo controverso protagonista un ritratto caleidoscopico, accalorato, sofferto, colmo di ammirazione ma privo di quegli squilibri apologetici, riscontrabili a tratti nell’opera di Laura Orvieto; un’opera che era destinata del resto a un pubblico diverso, mediamente più giovane e spensierato, mentre il Quinto Sertorio rievocato in modo così vivido da Nelson Martinico rifulge ugualmente per coerenza ed ardore, ma alla bisogna si lascia andare anche a decisioni avventate, improvvide o eccessivamente severe verso i suoi uomini.
L’avvincente romanzo pubblicato nella primavera 2017 da Edizioni Spartaco, di cui siamo venuti a conoscenza grazie al successivo appuntamento fieristico di Più Libri Più Liberi, è pertanto un sincero omaggio a quel ribelle che Theodor Mommsen definì “uno dei più grandi uomini, se non il più grande”, ovvero il comandante Quinto Sertorio che osò marciare contro Roma, non per abbattere la Repubblica ma per debellare alle radici il germe della corruzione che stava mutando il mos maiorum. Un’impresa ardua, forse folle, che venne stroncata dall’infame tradimento di Marco Perperna Veiento e di altri ufficiali, episodio rievocato con forza nel libro al pari del lodevole apprezzamento espresso da Sertorio, in gioventù, nei confronti della sfortunata ma avanzatissima politica sociale dei Gracchi.

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