Cortometraggi che passione!

La vita che vorrei

I corti della FICE

Cortometraggi che passione! – La vita che vorrei

Cinema Madison, 14 luglio 2020

La FICE (Federazione Italiana Cinema d’Essai) da più di vent’anni presenta una selezione di cortometraggi di qualità; la rassegna I corti della FICE, alla sua XXI edizione, si è svolta, con le dovute precauzioni e le limitazioni di legge dovute al persistere sotterraneo del Covid, il 13 e il 14 luglio presso il cinema Farnese e il cinema Madison di Roma alla presenza di registi ed interpreti. La vita che vorrei è il fil rouge che lega i 6 corti in programma, tutti interessanti per il tema e notevoli per l’originalità, la sapiente regia, la scelta musicale, la fotografia e l’ottima interpretazione.

In particolare ci ha colpito quella del piccolo Christian Petaroscia, interprete del racconto dal sapore autobiografico “Inverno” di Giulio Mastromauro (premiato con il David di Donatello come miglior cortometraggio) nel difficile ruolo di Timo, un bambino che assiste impotente alla lunga malattia della madre e che solo con lo sguardo ed i silenzi viscerali riesce a portare lo spettatore nel freddo inverno della sua anima. Accanto a lui, un padre arrabbiato con il mondo ed un nonno pacato che cercano di portar avanti la loro attività di giostrai nella comunità greca cui appartengono. In soli 15 minuti il regista ci trasmette l’intensità ed il dolore della perdita del piccolo protagonista, che come tutti i bambini percepisce ogni cosa ma, ignorato emotivamente dai suoi cari, trattiene dentro di sé la sofferenza ed il bisogno d’affetto, rendendo così difficile la propria elaborazione del lutto.

Più leggero, e a tratti surreale, è il corto Manica a vento di Emilia Mazzacurati; la protagonista, Mara, vive in una stanza d’hotel sulla riva del mare (dove sventola una manica a vento) e non riesce ad uscire da sola. La madre è lontana, all’estero, il padre, fotografo scomparso dalla vita sociale a causa della sua malattia (splendido cameo di Giuseppe Battiston) va a trovarla e disegna baffi sulla foto della zia ironizzando su se stesso. Accanto a lei, un singolare e dolce ragazzo dell’ascensore vestito con una giacca del circo con cui intesse una strana storia d’amore che la riporta alla vita. Un film delicato e buffo che dall’agorafobia si apre alla speranza.

Di attualità è invece la storia narrata da Salvatore Allocca, La gita: alla 14enne Megalie, figlia di immigrati senegalesi ma nata e cresciuta in Italia, è negata la possibilità di partecipare alla gita di classe a Parigi perché non le è ancora arrivato il rinnovo del permesso di soggiorno. In Italia, infatti, la cittadinanza è legata allo ius sanguinis e non allo ius soli: in virtù di ciò, il minore pur nato nel nostro Paese, ma da genitori stranieri, risulta “straniero” all’anagrafe; è titolare di un permesso di soggiorno temporaneo che viene rinnovato dai familiari che gli garantisce tutti i diritti sociali (scuola, sanità) ma ne limita la libertà, in particolare non gli permette di viaggiare all’estero durante la fase di rilascio e rinnovo del permesso stesso. È questo il caso della giovane Megalie: straniera in un paese che sente come proprio, di cui ormai condivide patrimonio linguistico e culturale (memorabile la scena alla fermata dell’autobus in cui una signora di una certa età si meraviglia nel vedere una ragazza extracomunitaria parlare in perfetto italiano; il mondo sta cambiando, ma la nostra società, come la legge, è rimasta un passo indietro) e in cui vuole restare per sempre. Un film dal forte risvolto sociale, quindi, eppure narrato con la delicatezza del primo amore tra adolescenti, quello inespresso di Megalie per il suo compagno di classe Marco, che la ragazza desiderava rivelare all’ombra della spettacolare Grande Roue di Place de la Concorde, che sovrasta Parigi per cinque mesi l’anno; e quello che lo stesso Marco scopre di provare per lei.

A tratti alienante ma avvincente e ben costruito è Il fagotto di Giulia Giapponesi; in un futuro mondo distopico, alle donne è negato il libero arbitrio sulla procreazione. Il Governo impone infatti alle non mamme di recarsi ogni anno (dall’inizio dell’età fertile fino ai 47 anni) a “timbrare” un cartellino, spiegando i motivi della mancata maternità; allo scadere dell’ultimo “timbro”, il cartellino viene ritirato per sempre e con esso la possibilità per la donna di esistere. Il giorno del rinnovo, si incontrano due donne all’inizio e alla fine del percorso, una aspirante musicista suonatrice di fagotto e uno spirito libero, una ribelle non-mamma per scelta; entrambe devono decidere del loro futuro. L’istituzionalizzazione della donna fattrice viene trattata dalla regista con ironia, a smorzare l’inquietante prospettiva dal retrogusto totalitario che si insinua nello spettatore; quello descritto è un mondo distopico, ma non troppo lontano dalle leggi fasciste sulla maternità.

Ancora a sfondo sociale è Il muro bianco di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi; protagonista, l’amianto assassino nascosto nei muri di una scuola elementare. La Preside ed una insegnante cercano di proteggere la vita ma anche l’innocenza dei loro bambini: l’amianto dietro il muro bianco diventa così un pericoloso mostro che non deve essere svegliato.

Chiude la rassegna il documentario Supereroi senza superpoteri di Beatrice Baldacci; in cui le immagini di un vhs ci regalano i ricordi d’infanzia della regista stessa, che rivive il rapporto con la madre malata, insieme a spezzoni di televisione dell’epoca ed immagini d’archivio che portano lo spettatore indietro nel tempo.

Michela Aloisi

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