IL RITORNO DEI DREAM THEATER

La nuova uscita dei maestri del prog metal

DREAM THEATER – DISTANCE OVER TIME – SONY MUSIC – 2019

Produzione John Petrucci

Formazione: James Labrie – voce; John Petrucci – chitarre; John Myung – basso; Mike Mangini – drums; Jordan Rudess – tastiere

Titoli: 1) Untethered angel; 2) Paralyzed; 3) Fall into the light; 4) Barstool warrior; 5) Room 137; 6) S2N; 7) At wit’s end; 8) Out of reach; 9) Pale blue dot; 10) Viper king (bonus track)

 

I Dream Theater sono legittimamente conosciuti per essere dei mostri di musicisti, e in questo nuovo Distance over time non mancano di dimostrarlo ancora una volta.

Ma c’è di più: questo album rappresenta un ritorno a quel prog metal più compatto, potente, che loro stessi hanno creato, imitati poi da grandi gruppi come Metallica e Iron Maiden che hanno virato su questo genere negli anni post 2000. La stessa riduzione della durata di buona parte dei brani rispetto al recente passato la dice lunga sulle intenzioni della band, e per di più solo 9 brani, più la bonus track Viper king della versione digipack. Un album che è il risultato di un anno di “ritiro” del gruppo, per una lavorazione più coesa e concentrata.

Le capacità tecniche sono come sempre fuori discussione, soffermiamoci dunque sui pezzi: ad esempio Fall into the light parte in tromba proprio con un riff alla primi Metallica. Dell’opener Untethered angel colpisce soprattutto il duetto tra Petrucci e Rudess, S2N è un prog molto tirato impreziosito da un sontuoso guitar solo e da un cupo pezzo parlato iniziale. Le melodie di Barstool warrior ricordano i tempi d’oro di Images & words Awake.

Le tastiere di Rudess suonano un pò Deep Purple in varie occasioni, le chitarre di Petrucci e la voce cristallina di Labrie fanno la loro monumentale parte come al solito, ma anche la sezione ritmica Myung/Mangini è sempre inappuntabile.

Stona forse un pò la voce filtrata e una sorta di banalità nella voce eccessivamente filtrata di Room 137, mentre sulla ballad Out of reach il giudizio dipende inevitabilmente da quanto si apprezzino le ballad in un disco che pur sempre rientra nella categoria metal, ma nel suo genere non presenta mancanze. Anche At wit’s end ha una certa ripetitività, ma con le “contestazioni” possiamo senz’altro finirla qui.

Tutto il sound è praticamente perfetto, a tratti perfino freddo, accusa che spesso si è mossa ai Dream Theater, da sempre in cerca di pulizia assoluta. Ma anche di dissonanze, controtempi, creatività, sempre al servizio però del risultato finale e mai come capriccio personale.

Le divagazioni strumentali sono meno presenti rispetto ad altre occasioni, ma sempre di altissimo livello compositivo e tecnico. Il rock/blues della bonus track Viper king chiude in relax un ottimo disco, che non strabilia ma conserva intatto il mito dei Dream Theater.

Alessandro Tozzi

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