Nietzsche, tra Dioniso e Apollo

Dal Palladium di Roma al web, grazie ad IndieCinema e al Festival di teatro audiovisivo

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E adesso, dopo che siamo stati per strada, noi Argonauti dell’ideale, forse più coraggiosi di quanto sia saggio e spesso abbastanza naufraghi e sciagurati, pericolosamente sani ma pur sempre sani, – ci sembrerà forse, quale ricompensa, di trovarci di fronte a una terra inesplorata i cui confini nessuno ha mai visto, al di là di tutte le lande e i cantucci dell’ideale dati sino a oggi, un mondo stracolmo di cose belle, ignote, enigmatiche, terribili e divine, tanto da far uscire di sé sia la nostra curiosità che la nostra sete di possesso — ah, non c’è ormai più niente che ci possa saziare!
Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza”

A volte ci si ritrova in un labirinto, soltanto perché non si è stati capaci di riconoscerne l’ingresso. Come l’ingresso del Palazzo di Cnosso. L’ingresso dell’antro della Sibilla. Come il Castello di Kafka. Come la Venezia di Aschenbach e Nietzsche“: esprimendosi così, il filosofo (ed intenso performer) Lucio Saviani spalancava al pubblico del Teatro Palladium di Roma le porte di un pensiero che è anche vertigine, tanto da figurare lucido e al contempo ispirato, impetuoso ed armonicamente ellenico. Tutto ciò aveva luogo nell’ottobre 2015. Ma per chiunque si fosse perso all’epoca la carica travolgente di Nietzsche, tra Dioniso e Apollo, grande intuizione della regista e drammaturga Irma Palazzo, per chiunque (come noialtri, del resto) stia soffrendo tremendamente i teatri chiusi, è giunta in soccorso una lodevole iniziativa: tra il 2 e il 10 dicembre spazio sulla piattaforma IndieCinema al T.E.I.M.T. (Festival di teatro audiovisivo) e a quelle meraviglie del palcoscenico, filmate in diverse e variegate occasioni.

Tale, quindi, è stato il nostro ingresso nel labirinto. Alla scoperta dei nessi illuminanti tra linguaggio poetico e filosofia, nelle opere di Friedrich Nietzsche. Sì, perché quel suo procedere baldanzoso e rigenerante in una storia del pensiero sottratta, per un magnifico istante, alle pastoie dell’accademismo stantio, di versi folgoranti ha sempre avvertito il bisogno: da La gaia scienza a Umano troppo umano, da Così parlò Zarathustra a quei Ditirambi di Dioniso, che per certi aspetti possono essere considerati il canto del cigno di una mente spintasi troppo in alto. Ecco, Zarathustra. Ovvero il ridere dei risvolti tragici dell’esistenza e in controluce la danza, rappresentata quest’ultima dalle ipnotiche movenze dell’artista Salua, in scena qui assieme al direttore d’orchestra e pianista Domenico Virgili, assieme all’esecutore di strumenti a plettro orientali Giuseppe Frana, per conferire alla rappresentazione un andamento sognante, musicale. Sebbene musicalità pura sia anche la voce dell’attore Cosimo Cinieri, controcanto lirico delle acute riflessioni filosofiche di Lucio Saviani.

Tra i “compagni di viaggio” più volte evocati del labirintico itinerario attraverso secoli tra loro lontani, appaiono rapsodicamente Deleuze, Klossowski, Eraclito, Platone (“Il tempo è l’immagine mobile dell’eternità“), Dostoevskij e quasi di sfuggita quel Wagner marcio di cattolicesimo, ex idolo e amico nei confronti del quale Nietzsche espresse sì aspre considerazioni. Un po’ alla maniera in cui il folgorante filosofo tedesco, nel secolo entrante, sarebbe stato idealmente ridimensionato (e questo non c’è nello spettacolo, lo aggiungiamo noi quale modesto contributo personale) in quanto ritenuto, addirittura, troppo ingenuo (!!!), da un altro profondo scrittore orientato coi suoi lapidari aforismi ad abbattere sistemi ed evadere dalla conformità, Emil Cioran. Ad una specifica domanda su Nietzsche e su come fosse avvenuto il distacco da tale visione del mondo, l’autore rumeno diede tale risposta «Mi riferisco a quel suo lato adolescente geniale e impertinente che ha sempre conservato. Lui non si è mescolato con gli esseri umani. Ha vissuto molto intensamente. Un genio immenso. Ma non ha conosciuto la spossatezza di chi vive in una grande città. Di chi si mescola con gli esseri umani. Come invece è successo a me.» (Emil, Cioran Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005)
Nietzsche, tra Dioniso e Apollo mette in scena il pensiero e lo sublima attraverso la musica. Uno spettacolo, vivaddio, che ti lascia addosso schegge di saggezza, lampi metafisici e sonorità ancestrali. Una lezione di filosofia che anche scenograficamente sa puntellare versi e ragionamenti coi riferimenti iconografici giusti, in primis il cavallo (la cui traccia aneddotica torinese è nota soprattutto ai cinefili) e i dadi, lanciati infine sul palco con fatale disincanto.

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