Tutto quel giallo

Thriller italiano e società dal boom economico al mostro di Firenze, nel brillante saggio di Francesco Lalli

Tutto quel giallo.Thriller italiano e società dal boom economico al mostro di Firenze
Autore: Francesco Lalli
Editore: Robin
Collana: Robin&sons
Data di Pubblicazione: settembre 2020
Pagine: 150
Formato: brossura

Intro: In che modo si riproducono nei film giallo-thriller italiani conflitti e pulsioni presenti nelle stratificazioni sociali? Cosa comporta la loro visione nella realtà concreta di un periodo storico decisivo per il nostro Paese che va dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta? Quali vettori valoriali della platea sociale alla cui fruizione sono destinati vengono evidenziati o mascherati? Se il cinema di genere italiano in questi ultimi anni è stato oggetto di approfondite letture ideologiche – si pensi al western italiano o al cosiddetto “poliziottesco” – il giallo-thriller, al contrario, pur mostrando un indice di elevata rilevanza produttiva e popolare, non ha condotto ad altrettante interpretazioni del suo sotto-testo socio-politico. La scommessa implicita nel presente lavoro è colmare almeno in parte tale lacuna, ricorrendo a un doppio approccio, sociologico e storico, per far affiorare il profondo contenuto simbolico racchiuso in pellicole giudicate, spesso a torto, minori.

L’unico strumento che so suonare è la tastiera, quella del PC.
Scrivo perché la scrittura mette ordine fuori e dentro, è l’ombrello sotto la pioggia mentre aspetti qualcuno che ti riporti a casa.
E sotto quell’ombrello c’è sempre posto per un altro…
Francesco Lalli

 

Lo scrittore Francesco Lalli

Dalla narrativa alla saggistica, l’amore di Francesco Lalli per la scrittura pare avere un punto fermo: il giallo. E così lo stesso autore di cui avevamo tanto apprezzato Il principio di esclusione, romanzo di ambientazione torinese, da un lato sta già tornando alla carica con nuove storie, nuovi personaggi, nuovi misteri, permeati stavolta di quel gusto sanguinolento assente nel suo precedente incontro con la narrativa. Tali sembrano essere infatti le coordinate dell’efferato racconto con cui ci confronteremo a breve, L’uomo dei numeri, di ormai prossima pubblicazione con Edizioni della Goccia e del quale si è già avuta qualche anticipazione. Ma tra una prova da narratore e l’altra Lalli ha voluto puntellare sapidamente ogni discorso relativo al giallo, come genere, puntando i riflettori su ciò che figura stabilmente tra le sue fonti di ispirazione. Nonché di piacere. Il cinema. E nella fattispecie la spinta a suonare nuovamente una ballad così intensa col suo strumento preferito, la tastiera del PC, è arrivata da uno dei generi più popolari (e praticati) in Italia qualche decennio fa.

Un testo come Tutto quel giallo.Thriller italiano e società dal boom economico al mostro di Firenze, edito da Robin al pari del romanzo Il principio di esclusione, può porre all’inizio qualche dubbio, legittimo, sull’oggetto della ricerca. Visti gli argomenti trattati, il rischio di produrre un effetto di saturazione era poi così lontano?
Nel senso che il cinema di Mario Bava, Dario Argento, Lucio Fulci e dei loro svariati epigoni o magari anticipatori, più o meno talentuosi, è stato oggetto negli ultimi anni di un’autentica riscoperta. Sia a livello documentaristico che sul versante editoriale, non sono affatto pochi gli studiosi che si sono già confrontati col fortunato filone del giallo-thriller all’italiana.
Persino il titolo scelto per l’occasione, Tutto quel giallo, sembra strizzare l’occhio a quei lettori in cui cinefilia dichiarata e amore per il genere sono stati parimenti stimolati, a partire dal 2011, da una saga letteraria portata avanti con successo dalla scrittrice Cristiana Astori; quella con protagonista Susanna Marino, studentessa universitaria appassionata di cinema horror, che prese il via per l’appunto con Tutto quello nero.

Cosa avete fatto a Solange? (1972) di Massimo Dallamano

L’efficacia della formula adottata da Francesco Lalli va quindi cercata altrove. Al di là dell’analisi comunque precisa e accurata dei singoli titoli, sviluppata rispettando ove possibile un ordine cronologico, l’autore ha saputo individuare quei fili conduttori per cui non è solamente il valore estetico di tali pellicole ad emergere, bensì il fitto (e talvolta non così lampante, se non addirittura opaco) dialogo tra gli elementi costitutivi del genere e i mutamenti intercorsi nella società italiana, nell’arco di alcuni decenni. Il culto talora così asfissiante e dogmatico dello “specifico cinematografico” cede così il passo a una sorta di visione “olistica”, in cui la fruizione della settima arte non appare più quale fenomeno isolato, bensì in relazione ad altre esperienze artistiche e a dinamiche psicologiche e sociali di assoluto rilievo. Mantenendo costante nella sua disamina un sapido parallelo coi più famosi casi di cronaca nera, che hanno scosso l’opinione pubblica tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, ovvero tra “boom economico”, “anni di piombo” e arretramento della produzione cinematografica di fronte all’irrompere prepotente di altri media, Francesco Lalli regala una serie di intuizioni in grado di gettare luce nuova su titoli senz’altro molto amati, conosciuti, che altri avevano già analizzato da svariate angolazioni, tenendo però troppo spesso le implicazioni più profonde della relazione col pubblico in secondo piano.

Il primo passo consiste perciò qui nell’ampliarsi degli orizzonti. Forte di supporti interpretativi che vanno dalla critica marxista di Ernest Mandel all’analisi dei rapporti tra eros e politica di Maurizio Grande, l’autore osserva prima l’emergere e poi il proliferare del giallo-thriller italiano ponendo sotto la lente d’ingrandimento molteplici aspetti di tale fenomeno. Le paure più radicate nell’emergente classe media. La raffigurazione morbosa di certi esponenti ecclesiastici. Gli intrinseci giudizi morali presenti in quelle scelte di sceneggiatura e di messa in scena, comprensive di atroci punizioni nei confronti di chiunque vada a infrangere un determinato ordine sociale. Il corpo stesso della donna e l’accanimento nei suoi confronti, in un’epoca che vedeva mutare radicalmente gli equilibri tra i sessi. Esemplare, in tal senso, è la parte del saggio in cui ci si occupa della filmografia di Dario Argento, ribaltando determinate prospettive e sottraendo così la genialità del regista a letture troppo scontate. Non meno raffinata è però l’esegesi dei percorsi di altri cineasti attivissimi nel filone, tra cui Sergio Martino, Antonio Bido, Armando Crispino e Aldo Lado, quest’ultimo amatissimo da chi scrive. Così come assai apprezzabili, in Tutto quel giallo, risultano gli agganci a una cultura pop in continua evoluzione, con gli stessi fumetti e fotoromanzi pulp (encomiabile qui la citazione di Killing, forse il più estremo) a definire tanto gli orientamenti di massa che il modificarsi delle possibilità rappresentative, dei limiti dettati dal gusto e, quasi conseguentemente, dell’intervento censorio da parte di istituzioni e altre voci pubbliche.

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