LE FIABACCE DI ALESSANDRO GENOVESE

Per le Edizioni Effetto, illustrazioni di Francesca Claut

Biografia

Alessandro Genovese nasce a Roma nel 1971 dove vive con sua moglie e sua figlia. Da sempre affascinato da ogni forma d’arte, si dedica alla pittura e alla scultura, ma è nella scrittura che trova la sua dimensione. Si forma con le opere di Moro, Erasmo e con i romanzi di Saramago, Calvino, Bulgakov, Kafka, e altri esponenti della narrativa favolistica, per poi intraprendere la sua strada creando un suo stile personale. Nel 2019 con la casa editrice Effetto pubblica il romanzo d’esordio “Proprietà degenerative della materia” in cui tenta di mettere a fuoco l’eterno conflitto umano tra essere e avere attraverso una storia surreale pervasa da una ironia corrosiva. Scrive anche poesie, filastrocche e racconti che ricevono premi e attestazioni di compiacimento in vari concorsi letterari nazionali.

Nel 2020, attraverso la lettura e lo studio delle opere di Dante, Boccaccio, Cecco Angiolieri e Rustico Filippi, scrive “Fiabacce”, una antologia di poemi satirici in stil novo con il preciso obiettivo di fornire al lettore uno stimolo alla riflessione su argomenti che tormentano da sempre l’umanità: l’assurdità della guerra, lo sfruttamento minorile, l’eterna lotta tra ignoranza e sapere, il difficile rapporto tra uomo e dio, l’importanza della diversità. Mentre il lessico arcaico e la metrica trecentesca conferiscono ai racconti-poemi una atmosfera riconducibile alle intenzioni dell’autore di storicizzare i temi delle narrazioni, i vocaboli ricercati creano un contrappunto quasi comico tra il rango e il potere dei protagonisti e la loro discutibile moralità, esponendoli così al dileggio del lettore.

 

Un giullare alla corte di re Progresso

 

Sol’or che molti fatti son trascorsi,

m’oso a celebrar il bizzarro fato!

Poscia per n’disperder miei discorsi

tosto vò a inchiostrar il mio relato1.

Nulla pretendevo da mia vita

che pria2 non fosse stata stabilita.

Dacchè buffon di corte fur3 miei avi,

così divenni io fra i più bravi.

Chi volle fortemente mie sparate

fu un fiero condottiero di crociate;

null’altro pretendeva quel signore

che trastulli e scherzi a tutte l’ore.

tra questi non mancavano le offese

per nemmeno dir dè tanti insulti;

anzi v’è che spesso eran pretese

p’ammazzar la noia coi sussulti.

Quando a tutti davo del coglione

quelli ricambiavan con sghignazzi,

mentre i dignitari in quel salone

deliziavo lor, nel chiamarli pazzi!

E tal madonne caste e puritane

gioian nel sentirsi dir puttane.

Ciò che più sovente supplicavan,

e talune volte d’or4 pagavan,

era spiattellar peggior azioni

e senza mai conoscer le prigioni!

Fu dolce residenza quel castello,

ma non v’immaginate da zimbello!

Col mio folle fare da folletto

m’infilavo ‘sì in qualsiasi letto,

ma oltre a goder di bel sottane,

tra cui le forestiere e le nostrane,

giovavo del favor delli cornuti

c’offrian bei litrozzi di vinazza

che le leccornie giust’ammazza.

M’ahimè quei momenti c’ebbi avuti

se n’andaron persi come tutti:

un dì che parèa com’altri gai

presto volse ad esser dei più brutti,

sicchè da quello tempo me n’andai!

Forse troppo assorto da tant’agio

non m’accorsi tosto del malvagio:

un sentor potente a iettatura

m’arrivò di colpo in una mane

mentre canzonavo due befane

che cercavan bacche tra natura.

Solo posso dir a mia difesa

che non dissi lor nessun’offesa,

ma soltanto quel che m’appariva…

di beltà ognuna n’era priva:

una, il naso adunco e l’occhio storto,

l’altra spelacchiata col riporto.

Quelle per protesta m’adocchiaron

e col loro sguardo fulminaron.

«Or se verità non si può dire…

allora preferisco già morire»

dissi alle bacucche per dissenso

non faccendo filtro a quel che penso.

Mai l’avessi detta quella frase,

che uno strano senso mi pervase,

poi un vapor denso tutt’avvolse

e uno stordimento mi travolse.

Sicchè su d’un cespuglio m’adagiai

ed in un balen m’addormentai.

Non so per quanto tempo stetti lì,

però dev’esser stato molti dì;

ché aprendo li due occhi nuovamente

nulla riconobbi in quel presente.

Carri di metallo rumorosi

sputavan fumi neri e velenosi,

gente acconciata in modo strano

correr non so dove e per che fare

e nessun di questi iva piano,

parevan pronti già a guerreggiare!

Coi capelli rizzi e vesti fruste

sembravo un vecchio e tristo canovaccio,

così mi tolsi via dal quell’impaccio

infilando passo in calli anguste.

Lì vi ci ritrovai la gente vera,

anche se facèa la fame nera,

del poco che ciascuno là l’avèa

con tutti e pur con me la dividèa

e s’anche le matasse ed il catrame

eran lor vestiti e lor dimore,

sulla loro lingua n’v’è pelame,

sulla loro pelle manco squame

perciò era puro il loro cuore.

Curioso di scoprir ‘sì strano mondo,

presto mi gettai in quel gran reflusso,

percorsi presto via da cima a fondo

e nient’altro vì1 che uno smacco lusso!

Ma oltre quest’assurdo paradosso,

m’accorsi che rispetto al mio passato

 in peggio questo mondo era cambiato

e tutto quel ch’avèa la gente addosso

era una tristezza e un cupo umore

come fosser presi dal terrore.

………continua………..

  1. inchiostrar il mio relato: scrivere il mio resoconto.
  2. pria: prima
  3. fur:
  4. d’or: d’oro.

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