GLI IMPERI DELLA MENTE

Le relazioni interpersonali e il pensiero stesso di nuovo protagonisti a teatro, grazie ad Elio Crifò e al suo ospite Paolo Crepet

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BALDRINI PRODUZIONI

Presenta

Gli
Imperi
della
Mente

di e con
Elio Crifò
E con la partecipazione straordinaria del prof.
PAOLO CREPET

Regia: Elio Crifò
Costumi: Francesca Cannavò
Durata: 110 minuti
28 marzo ore 21:00 Teatro Ghione

Intro: Lo spettacolo è costituito da due tempi. Il primo è un monologo di Elio Crifò, il secondo è una lectio magistralis del prof. Paolo Crepet. Attraverso due punti di vista, quello psichiatrico e sociologico di Crepet e quello filosofico-teatrale di Crifò, “Gli Imperi della mente” diventa un’analisi collettiva, una seduta psicanalitica della nostra epoca, una discesa agli Inferi, un tuffo nel malessere dell’uomo contemporaneo per cercare alternative al buio dell’anima e della mente in cui siamo immersi. Lo spettacolo è un susseguirsi palpitante di ragionamenti, battute, polemiche, riflessioni filosofiche, citazioni che trasportano lo spettatore dalle radici dell’Inferno di sé fino a… riveder le stelle della propria anima perduta.

Un populu
mittitilu a catina
spughiattilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
Un populu
Diventa poviru e servu
Quannu ci arrubano a lingua
Adduttata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
Quannu i paroli non figghiano paroli
e si mancianu tra d’iddi
Ignazio Buttitta

11 marzo 2022: Il succoso appuntamento al Teatro Ghione ha rappresentato un’ulteriore occasione di calibrare nuovamente il pensiero, di rapportarlo criticamente a una modernità che a getto continuo divora illusioni e lascia avviliti, spogli. Ma questa per noialtri non è più una novità: rimaneggiata ad arte da Elio Crifò la forma teatrale è già da tempo per lui strumento in grado di dar voce a pensieri non omologati, a prospettive culturali – purtroppo – desuete, senza rinunciare al lusso dell’affabulazione e di un intrattenimento colto, sì, ma dalle modalità a dir poco trascinanti. E la dialettica pare essere il suo naturale campo di applicazione. Come era stato in EsotericArte, laddove alla parte dello spettacolo curata in prima persone dall’autore/attore si agganciavano con fare sornione, ma tutt’altro che pretestuoso, le approfondite lezioni sull’argomento di un Vittorio Sgarbi o di un Piergiorgio Odifreddi. Tale formula l’abbiamo ritrovata anche ne Gli imperi della mente. L’ospite di turno: Paolo Crepet, stimato e affermato psichiatra, sociologo, educatore e saggista. La differenza, semmai, è che nelle differenti versioni del precedente spettacolo la presenza di un’altra voce si era andata intelligentemente a collocare quale elemento di contrasto, teso a favorire una studiata diatriba filosofica: che vi fosse Sgarbi od Odifreddi in scena, nella seconda parte dello show, il senso era passare da una lettura esoterica dell’esperienza artistica (quella più cara a Elio) a una di matrice essoterica, ovvero materialistica. Mentre qui la presenza di Crepet è parsa agire più in sintonia col tono generale dello spettacolo, servendo in qualche modo da puntualizzazione, da ulteriore focalizzazione dei temi proposti, da rafforzamento insomma delle premesse iniziali.

Il piatto forte, però, anche ne Gli imperi della mente resta la visione di Elio Crifò, così lucida e all’occorrenza controcorrente. Lo vediamo aggredire la scena in modo arrembante. Praticamente di corsa. Ponendo quindi il fisico al servizio del pensiero, un pensiero critico pronto ad attaccare e a smontare di continuo i pilastri di una contemporaneità sempre più vuota, cinica, quasi compiaciuta di una costante perdita di valori, rimpiazzati ad esempio dal desiderio di esserci costantemente, sui social o in altre “palestre di visibilità”. Meno si è, più si vuol far credere agli altri di esserci. Sempre e comunque. E giù allora strali, da parte dell’inesauribile mattatore, nei confronti di una vita sempre più frenetica e di quel linguaggio impoverito, inaridito e imbastardito dai troppi anglismi, dalle forme spurie in auge su internet. A far compagnia all’autore però non vi è un gusto della lamentela fine a se stesso, bensì un’amara consapevolezza maturata anche attraverso letture e studi sanissimi: dalla filosofia del linguaggio secondo Tullio De Mauro ai corrosivi versi di Ignazio Buttitta, grande poeta dialettale; da crude rivelazioni di matrice orwelliana a visioni non dogmatiche della religione, vedi ad esempio quella offerta da Haim Baharier: pensatore, studioso di ermeneutica ed esegesi biblica, nato in Francia da genitori ebrei di origine polacca, il cui approccio all’ebraismo stesso sarebbe assolutamente da recuperare e far conoscere. Del resto è proprio Elio Crifò, in uno dei momenti più ispirati dello spettacolo a sdoppiarsi istrionicamente per sottoporre al pubblico il divario esistente tra la rigidità istituzionalizzata con cui le regioni monoteistiche si presentano al mondo e quei margini di libertà e di spiritualità autentica delle quali anch’esse, private di tale zavorra, sarebbero in possesso.

Tanti e di sicuro ponderosi, per tentare una sintesi, i temi proposti alla platea del Ghione. Ma in una forma leggiadra, spigliata ed estremamente comunicativa, che in più di un frangente ha saputo stappare applausi a scena aperta. Caldi applausi anche per Paolo Crepet, che a seguire ha interrotto il moto perpetuo di Elio Crifò, andandosi a sedere pacatamente su una poltrona al centro del palco, dal quale ha ripreso il discorso da un’altra angolazione, comunque affine; perché ciò che vi è di più coinvolgente nei suoi saggi e nei frequenti interventi pubblici è proprio la perplessità, data anche dalla matrice non autoritaria e profondamente umanistica del suo rapporto con la psichiatria, riguardo alla brutta piega che sta prendendo l’attualità. Tra gestione psicotica della pandemia e altre forme di alienazione, sempre più diffuse. Che ne sarà di noi tra dieci anni? Grazie a Elio Crifò e a Paolo Crepet per aver aperto insieme questa finestra temporale, che di certo non può lasciarci tranquilli, ma che almeno ha contribuito a creare consapevolezza in una forma brillante, empatica e arguta.

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