Bathory – La band che cambiò l’Heavy Metal

L’esperienza umana e quella artistica, esplorate da Fabio Rossi con pari intensità nel suo libro

Titolo: Bathory. La band che cambiò l’heavy metal
Autore: Fabio Rossi
Editore: Officina di Hank, 2021
ISBN: 9791280133342
Lunghezza: 134 pagine

Intro: Il caso dei Bathory rappresenta un “unicum” nel mondo dell’heavy metal perché a questa band, o per essere più precisi al suo fondatore e leader Thomas Börje Forsberg, meglio conosciuto come Quorthon, si fanno risalire le origini di due sottogeneri della portata del black e del viking. L’intuizione di intraprendere un percorso innovativo è già di per sé pregevole, ma riuscire nel corso di una carriera a tracciare addirittura due sentieri completamente inesplorati, colloca di diritto la formazione svedese tra le più importanti e seminali dell’intera storia del metal. L’eterna diatriba se siano stati migliori i Bathory del periodo black o quelli dediti al viking non terminerà mai e non avrà né vincitori né vinti.

Tutto quello che avreste voluto saputo sapere sui Bathory ma non avete mai osato chiedere. Anche perché quando si ha di fronte un personaggio così singolare, per certi versi impenetrabile, come Thomas Börje Forsberg alias Quorthon non è detto che le risposte fluiscano copiosamente… può sembrare altresì curioso che si torni a parlare adesso di Bathory La band che cambiò l’Heavy Metal, volumetto agile ma estremamente ricco di informazioni, dato alle stampe più di un anno fa. Proprio mentre l’autore, lo scrittore e giornalista Fabio Rossi, è tornato alla carica con una nuova pubblicazione, per giunta in ambito narrativo: Il campanile e altre storie, edito da Il cuscino di stelle. Se ne deduce che questo stesso articolo sia rimasto in sospeso, come un ordigno inesploso, per parecchio tempo. Adesso magari spiegheremo anche il perché…

13 Maggio 2021, dopo tante chiusure e paranoie un barlume di luce (e di oscurità, considerando determinate atmosfere musicali prese in esame) dall’Italia in lockdown: si torna dopo secoli al Traffic di Roma, locale dove in stagioni meno opprimenti di quella attuale ci si era lanciati alla scoperta del Folk Metal, grazie ai live di tante band italiane e straniere. Ma anche grazie ad Alice “Persephone” e a Fabrizio Giosuè alias Mister Folk, nostre nuove guide in questa galassia musicale tutta da scoprire. Proprio Fabrizio in quella circostanza aveva fatto da calamita, figurando quale moderatore dell’incontro con Fabio Rossi, autore di un saggio che ci aveva da subito incuriosito: Bathory La band che cambiò l’Heavy Metal, omaggio a un’autentica pietra miliare del metal che all’epoca conoscevamo in modo senz’altro più frammentario, principalmente per le suggestioni norrene di alcuni album, ma di cui avevamo comunque presente il carattere seminale anche per altri filoni.

Ebbene, se anche voi in passato avete ascoltato qualcosa dei Bathory e ora volete saperne di più, molto di più, una penna decisamente sciolta, ispirata e amante della materia come quella di Fabio Rossi può essere il compagno di viaggio ideale, in una avventura del genere. Di sicuro lo è stata per noi. Archiviata la conversazione così interessante al Traffic Live tra lo scrittore e Mister Folk, abbiamo deciso nei mesi successivi, in piena estate, di dedicare qualche momento libero tanto alla lettura del libro che all’ascolto, in contemporanea, degli album ivi analizzati. Con tutte le metamorfosi che tale progetto musicale (e il suo Demiurgo, ovvero Quorthon) ha subito nel giro di non molti anni.
Un’esplorazione a 360° su cui contavamo di pubblicare qualcosa a breve, proprio per segnalare la possibilità di approfondire l’argomento agli appassionati, ma già verso la metà dell’estate ci si è ritrovati più intenti a contrastare la follia del green pass e altri abomini governativi che a coltivare il nostro versante creativo, sicché a questo breve resoconto giornalistico ci si è giunti dopo una lunga pausa. Ma con immutato entusiasmo. Di Bathory La band che cambiò l’Heavy Metal, ci è piaciuta infatti anche la struttura e l’ampiezza della narrazione, in rapporto alle tracce così scarne prodotte in ambito giornalistico e mediatico da un personaggio rimasto schivo, appartato, anche quando la propria musica stava lasciando un segno destinato a restare. Molteplici e sempre molto stimolanti gli approcci tentati da Fabio Rossi: quei concisi elementi biografici, utili a inquadrare almeno in parte il personaggio; gli inizi in cui ebbe un ruolo anche il padre con la sua piccola etichetta discografica; la partecipazione a dischi collettivi in cui erano coinvolte altre band emergenti della scena scandinava; il “mood” particolare che portò alla realizzazione di album, magari di difficile ascolto per chi non sente vicine certe sonorità, che rappresentano aurorali incursioni in quello che sarebbe poi stato definito “Black Metal”; l’enfasi posta su un sentire anticristiano avvertito come necessario da frange giovanili, interessate invece a riavvicinarsi ad ancestrali retaggi culturali e religiosi; le successive svolte, quelle probabilmente a noi più gradite, in quanto portatrici dell’epicità trascinante di un “Viking Metal” affiorante allora dalle nebbie dei miti nordici, attraverso album divenuti leggendari come Twilight of the Gods; gli esperimenti musicali solo in parte riusciti, per alcuni quasi inascoltabili, portati avanti in anni più recenti, prima di tornare con successo alla radice vichinga e di chiudere prematuramente, purtroppo, la propria parabola terrena.

Una narrazione appassionata, quella di Fabio Rossi, puntellata peraltro da un’attenzione ai testi delle canzoni da noi particolarmente apprezzata, come pure da una lunga sequenza di aneddoti sciorinati con brio e da ricerche sulle riviste di settore capaci di far luce su aspetti solo apparentemente secondari. Tra questi ve n’è uno che, specie in quest’era tristemente condizionata dai flussi distruttivi della “cancel culture” e da una dittatura del “politicamente corretto” sempre più evidente, ci preme particolarmente accennare: parliamo delle accuse, dai contenuti spesso farseschi, che Quorthon periodicamente subiva, in quanto sospettato di appartenere ad aree politiche giudicate estremiste, pericolose. Accuse formulate con grande superficialità, naturalmente. E alcune “chicche” riguardanti le più radicali proposte di boicottaggio dell’artista svedese, dell’immagine da lui incarnata e della sua ricerca musicale, se non suonassero al giorno d’oggi oggi ancor più sinistre, potrebbero far esplodere il lettore in una sonora risata, per il loro carattere surreale.
Affrontato il “caso Bathory” con tanta cura, questo volumetto di Fabio Rossi amplia ulteriormente gli orizzonti accogliendo come fosse un DVD alcuni “extra” di grande appeal emotivo, su tutti quel ricordo di Baffo Jorg, che è stato in altri anni un faro per chiunque volesse tuffarsi nel metal qui nella capitale, dove gli spazi e i contesti adatti a questa musica non erano certo appannaggio di molti.

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