L’asino d’oro a Villa dei Quintili

Per la rassegna I racconti di Dioniso - I edizione, una versione dell'opera di Apuleio straordinariamente creativa e a tratti geniale

Sabato 25 giugno 2022 -20:45
Ninfeo di Villa dei Quintili – parco Archeologico dell’Appia Antica
Produzione: TrisEtMas, TeatrEuropa di Corsica
Regia: Orlando Forioso
Con: Fabio Camassa, Luca Carrieri, Valeria D’Angelo, Marie-Paule Franceschetti, Orlando Forioso, Riccardo Mori, Pierantonio Savio Valente

Costumi: Sartoria Capricci di Livorno

L’asino d’oro

Intro: “Le metamorfosi” o, appunto, “L’asino d’oro” è l’unico romanzo della letteratura romana pervenuto integralmente fino ad oggi e costituisce la sola testimonianza del romanzo antico in lingua latina, assieme al Satyricon di Petronio e alla Storia di Apollonio re di Tiro d’autore ignoto, sebbene degli altri due siano rimasti solo dei frammenti. Il protagonista del romanzo è il “curiosus” Lucio. Viaggiando in Tessaglia, terra di streghe e incantesimi, egli prova un insaziabile desiderio di vedere e praticare la magia. Dopo essersi spalmato una pomata magica, si ritrova trasformato accidentalmente in asino. La trama prosegue seguendo Lucio nelle sue peripezie fino a vederlo ritrovare la forma umana e una nuova consapevolezza di sé. Il percorso di caduta, sofferenza e redenzione si concluderà grazie all’intervento della dea Iside, della quale Lucio diventa un fervente devoto. La compagnia Tris Et Mas definisce questo spettacolo di figura come un insieme di frammenti di illusione teatrale: una sorpresa dietro l’altra tra musiche, canzoni, maschere, ombre, giochi di prestigio e danza, ed ecco il nostro Lucio subire le peggiori angherie e vivere la bestialità dell’essere umano.

Tra i ricordi liceali maggiormente vivi vi è senz’altro, in noi, la lettura del romanzo di Apuleio: un testo destinato ancora oggi a suscitare meraviglia, stupore, persino commozione per quel suo rincorrere i risvolti più tumultuosi, bizzarri e incerti dell’umano destino. L’asino d’oro, considerato con occhi attenti e preparati, è comunque un viaggio iniziatico che va oltre l’eccentricità dei fatti narrati. In sintonia, del resto, con un autore come Apuleio, che prima ancora di esercitarsi in prosa ha praticato la filosofia approfondendo il pensiero platonico e mostrando, inoltre, una certa confidenza coi riti misterici, tanto da interessarsi a Cartagine dei misteri di Esculapio e ad Atene dei misteri eleusini.

Mettere in scena oggi L’asino d’oro può voler dire riconoscerne una modernità di fondo, trasferitasi con naturalezza nel fantasioso linguaggio scenico del così riuscito spettacolo al quale abbiamo assistito, come pure quella dimensione atemporale, astorica, che infine la trascende per esporre concetti universali, tali da valicare agevolmente le barriere dei secoli. A sancire ulteriormente questo dialogo aperto tra presente è passato la splendida cornice scelta per l’occasione: il Ninfeo di Villa dei Quintili, messo a disposizione del pubblico subito dopo che parte di esso si era potuto gustare, nell’Anfiteatro della Villa, un altro classico inneggiante all’arguzia e al disvelarsi della Verità attraverso metamorfosi divine, ossia l’Anfitrione. Ad accogliere invece gli spettatori nel Ninfeo, oltre al fascino serale dei ruderi, una scenografia elaborata, fatta anche di pannelli mobili in scena e di eccentrici lumi e lampadari disseminati ai bordi dell’area. Se ne sarebbe scoperta a breve la funzione…

Con in ballo una regia importante come quella di Orlando Forioso le aspettative erano di sicuro alte. Ma la nostra fiducia è stata ripagata con gli interessi: grazie alla versatilità di ogni singolo componente della compagnia Tris Et Mas e dello stesso Orlando Forioso, i personaggi di Apuleio rivivono qui in una folle sarabanda che fagocita senza strappi, assecondando un intreccio tanto ardito quanto godibile e a sprazzi persino esilarante, momenti di giocoleria, accenni di teatro-danza, comicità surreale e un riciclare accenti, figure e canovacci da teatro vernacolare, che aggiungono una nota straniante alla singolare metamorfosi di Lucio, senza alterare gratuitamente l’architettura del racconto ma limitandosi ad aggiungere qualche suggestione inedita. Dall’effetto a volte irresistibile, come certe stravaganti battute, pronunciate (o mimate) con tempi comici perfetti prima e dopo la trasformazione in ciuchino dell’avventato giovane.

La stessa “napoletanità” pronta ad accogliere nella circostanza il protagonista, sardo ingenuotto che presso quel misterioso clan famigliare vorrebbe sperimentare la magia, va oltre le note più demenziali, pittoresche, diventando in realtà la prima fucina di momenti deliziosamente nonsense e di depistaggi, verbali ma anche di natura fisica (la clownerie e le acrobazie degli attori in scena sono a tratti strepitose, sorprendenti, anche per merito dei meravigliosi costumi creati dalla Sartoria Capricci di Livorno), che concorrono a un restyling dell’opera senz’altro immaginifico, travolgente, assai coerente però sia con la ricerca dello stupore che coi messaggi più profondi presenti nel testo di Apuleio.

Le foto pubblicate nell’articolo sono di Michela Aloisi e di Andrea Alessio Cavarretta

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