Dio non parla svedese

Al Roma Fringe Festival il travolgente monologo di Diego Frisina

Sabato 15 luglio, ore 20.30, Roma, Teatro Vascello
Proveniente da Napoli
Di e con Diego Frisina
Regia: Ludovico Buldini

Dio non parla svedese

Intro: Un uomo si ritrova gettato in un non-luogo, svincolato dal tempo e dallo spazio. Sa di trovarsi fisicamente nella casa dei suoi genitori, vede suo padre che punta contro di lui una pistola, vede sua madre a terra priva di sensi, ma non riesce a ricordare quanto è accaduto. È infatti affetto da una patologia ereditaria neurodegenerativa, la Corea di Huntigton, la cui ineluttabilità incombe su di lui dall’adolescenza e che sembra aver finalmente deciso di dar prova di sé determinando il delirio dispercettivo nel quale si ritrova prigioniero. L’uomo non può che assecondare questa nuova condizione lasciandosi andare ad un flusso di coscienza del quale non sembra essere così in controllo come vorrebbe far credere.
Al centro di tutto c’è la malattia, vista come radice della propria sofferenza, ma anche come pretesto per poter essere liberi nell’unico modo veramente possibile: svincolati da ogni morale, da ogni illusione, da ogni tentativo di attribuire significati ad un qualcosa, la vita, che non ne ha. Il nichilismo diventa l’unica strada veramente meritevole di essere percorsa, di questo sembra volerci convincere il protagonista, come farebbe un profeta illuminato, attraverso un monologo violento, ironico e disincantato che lo costringe a fare i conti con tutte le scelte, libere o meno, che lo hanno condotto a questo punto della sua vita.

“Per gli uomini il sesso è un po’ come il Comunismo o le ricette di GialloZafferano: bellissimo in teoria, un incubo nella prassi”

Al Teatro Vascello, con seduto poche file più avanti un Nanni Moretti concentrato, attento, per quanto col viso censurato e appesantito da una tristissima mascherina, noialtri abbiamo seguito a volto scoperto il monologo di un attore strepitoso che ha saputo spingersi anche oltre, mettendo a nudo i propri pensieri e il proprio sentire. Inserito nel ricco programma del Roma Fringe Festival, quello scritto e interpretato da Diego Frisina è un monologo urticante, sincero, (auto)ironico, spiazzante, che suscita riso e disagio con sconcertante facilità.
Un talento vero, il giovane Frisina. In Dio non parla svedese lo vediamo folleggiare all’interno di una pièce strutturata ad anello, un po’ teatro dell’assurdo e un po’ noir esistenzialista, che diventa strada facendo contenitore di dubbi sulla vita, sull’amore, sull’efficacia della psicanalisi, su tanto altro ancora. Funzionale è anche la regia di Ludovico Buldini, che ne valorizza di continuo le doti. La scena all’inizio è un enigma, incline al perturbante, laddove l’incedere del protagonista sul palco lascia intendere un dramma famigliare ancora intriso di mistero, per poi trasferirsi in quel continuo flusso di coscienza, quasi un interminabile flashback cinematografico, che nel mettere in evidenza la sofferenza di un personaggio minato dalla malattia spalanca le porte alla sua deriva nichilista, a quella vena autodistruttiva non disgiunta da una visione lucida, penetrante, del proprio accidentato percorso e della società in genere.

Rimbalza sul palco come se fosse di gomma, Diego Frisina, duettando agilmente coi pochi oggetti di scena e accompagnando con sguardi luciferini un monologo dissacrante, catartico, che lo è ancora di più quando con sorprendente umorismo vengono prese di mira determinate sovrastrutture. Shakespeare stesso diventa inopinatamente un bersaglio. E con lui qualunque altra forma artistica o del pensiero rischi di essere precocemente mitizzata, musealizzata, approdando così a una dimensione potenzialmente banale e retorica, una sclerosi non così lontana volendo dal morbo reale che attanaglia la figura narrante. L’atto stesso della creazione (allorché la matrice metafisica appare distaccata, sbiadita e indolente come in un aforisma di Cioran, quasi sovrapponibile quindi alla meccanicità dell’assemblaggio di un mobile IKEA) perde allora di sacralità al pari di tutti i più miseri tentativi umani di trovare motivazioni, positività, laddove “il caos regna” (perdonateci la citazione di Lars von Trier) e un destino beffardo si profila all’orizzonte. Prima che il tragicomico epilogo chiuda degnamente la folle sarabanda, l’istrionico Frisina ha anche il tempo di sdoppiarsi, di creare con la voce altri personaggi da esorcizzare. Considerando poi l’irresistibile, farsesco accento teutonico, il fantasma della psicanalisi è senz’altro quello che abbiamo visto zittito con maggior voluttà: anche qui vis comica al servizio di riflessioni personali spinose, tutt’altro che peregrine.

 

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