Sindrome da panico nella Città dei Lumi

Edito da Voland, l'immaginifico romanzo di Matei Vișniec

 

 

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Matei Vișniec
Sindrome da panico nella Città dei Lumi
traduzione di Mauro Barindi

Casa editrice: Voland
Collana: Intrecci
2021, Brossura 14,5×20,5

Intro: Un misterioso editore parigino senza casa editrice, il signor Cambreleng, tenta di istruire un manipolo di romanzieri e personaggi: Jaroslava, esule ceca; Pantelis Vassilikioti, scrittore fallito di multiple origini; Hung Fao, il Solženicyn cinese; la libraia Faviola, sensibile alle grida delle opere morenti; François, cacciato di casa dal proprio gatto; Georges e il suo cane Madox, con una grave dipendenza dai notiziari; Matei, profugo romeno, autore di una poesia capace di sovvertire l’ordine comunista. Quando un giorno Jaroslava mostra al suo mentore una decina di quaderni zeppi di parole raccolte nei luoghi più diversi, dai cartelloni pubblicitari alla segnaletica stradale, dalle etichette dei vestiti ai pacchetti di sigarette, l’editore grida al capolavoro: il libro che racchiude Parigi, un insieme di parole vive in grado di salvare la letteratura… Una folgorante riflessione sulla scrittura, spazio di libertà sempre da conquistare.

Cioran conosceva fin troppo bene “quella paura di crollare con tutte le parole“. Quel culto laico del linguaggio, insomma, trasferitosi nell’idioma transalpino con tanta naturalezza, ma comune in partenza a diversi scrittori rumeni.
Il fatto poi che proprio Parigi abbia rappresentato, nel Dopoguerra, l’epicentro fisico ed emotivo di questa singolare diaspora, che ha visto protagonisti giganti della letteratura mondiale come Eugène Ionesco e, per l’appunto, Emil Cioran, viene a costituire uno degli innumerevoli appigli, qualora si cerchi una strada per introdurre al lettore Sindrome da panico nella Città dei Lumi: libro di una ricchezza tematica pari soltanto alla trasognata piacevolezza della lettura.

Edito da Voland (come una parte consistente dei romanzi di qualità, provenienti da un’area così spesso trascurata, almeno in Italia, come l’Europa Orientale) e tradotto con brio da Mauro Barindi, questo immaginifico scritto ha intanto il merito di riprendere e rendere ancora più volatile, onirica, la magia di quella produzione teatrale che abbiamo avuto recentemente modo di approfondire grazie a un incontro con Matei Vișniec, promosso all’inizio dell’estate dal Teatro Marconi.
Al pari dei suoi testi teatrali Sindrome da panico nella Città dei Lumi è una seducente galleria di ritratti, situazioni, divagazioni umoristiche, satira dell’autoritarismo implicito in certe dottrine politiche, che dal surreale quotidiano e da una penna sempre così agile, libera, colta, trae linfa vitale per librarsi in alto.
E l’aspetto meta-linguistico ha ovviamente qui un peso assai rilevante. Attraverso il filtro di un protagonista alter ego dell’autore, sono le parabole di un eccentrico editore e di alcuni scrittori dalle perigliose vicende esistenziali, più o meno dimenticati dal grande pubblico, a farsi portavoce di un affresco della capitale francese dai tratti ectoplasmatici, laddove ai colori pastello si alternano con levità sferzanti ironie.

Le librerie, L’eros. La malinconia del tempo perduto. L’aggressività volgare della stampa e della televisione. I volti stanchi dei rifugiati politici. L’allegria un po’ smorta dei celebri bistrot. Nel caleidoscopio di Matei Vișniec i toni mutano di continuo ma uguale resta lo sguardo compassionevole, mai stucchevole però, dell’autore rumeno nei confronti della città-museo e di quei suoi abitanti che, almeno a tratti, sembrano esserne i custodi notturni. Compreso un gatto di infinita saggezza.
Attraverso la sua scrittura istrionica, fantasiosa, sempre godibilissima, Vișniec trascina il lettore in un vortice di storie, dalle quali non poteva mancare (visti anche certi precedenti teatrali) qualche scorcio relativo alla brutalità del cosiddetto “socialismo reale”. Uno degli elementi della suddetta diaspora. Finiscono così per toccare determinate corde emotive sia l’allegorica poesia “La nave“, attribuita nella finzione al protagonista “evaso” un tempo dalla Romania comunista, sia la tetra metafora degli stivali lanciati a calpestare ogni libertà nell’opera di Jaroslava, straniante testimonianza della Primavera di Praga calpestata dagli invasori sovietici.

Tutto ciò, nel rispetto di un’autonomia del linguaggio verbale che non è mai virtuosismo fine a se stesso, bensì visione critica, sfaccettata e matura anche sul piano esistenziale. A tal proposito, lasciamo in coda la parola all’autore: “Oggi i libri muoiono a una velocità sorprendente. E alcuni nascono, d’altronde, già morti. Sì, sì, ci ripeteva il signor Cambreleng, i libri muoiono, vi dovete abituare a questa idea. I libri agonizzano, come esseri viventi, sugli scaffali delle librerie, aspettano e aspettano e poi cominciano a deperire, a infiacchirsi, si ammalano per l’attesa, soffocano, sentono che nessuno li aprirà, che nessuno li comprerà più… E in un mondo in cui, di fatto, nessuno legge, è normale che tutti scrivano… Chi si sarebbe mai immaginato che l’alfabetizzazione obbligatoria e di massa avrebbe avuto questo effetto perverso, ossia che un bel giorno ogni alfabetizzato avrebbe tentato di scrivere libri? Scrivere un libro è in realtà il tentativo disperato di rimandare la morte, di ‘gabbarla’…
In compenso, Sindrome da panico nella Città dei Lumi la nostra vita l’ha già arricchita. Parecchio.

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