80 Buon Compleanno Ivan – Live in Teramo

Lunghissima, eterna vita a Ivan

Iniziamo questo articolo con una doverosa premessa: non saranno mai troppi, anche a quasi 30 anni dalla sua scomparsa, gli omaggi, le rievocazioni, le commemorazioni e le operazioni di tributo che contribuiscano a tener viva la memoria di Ivan Graziani. Questo perché il cantautore e chitarrista abruzzese è stato forse un esempio unico, nel contesto della musica italiana, di artista insieme straordinario e sottovalutato, probabilmente dalla proposta musicale troppo complessa ed eclettica (un peculiare insieme di rock e cantautorato) per il suo periodo, e insieme sfortunato per la scomparsa prematura – avvenuta a causa di un tumore nel 1997, a soli 51 anni. In questo senso spiace un po’ – ma è forse inevitabile vista l’evidente affinità attitudinale e vocale – che un artista talentuoso di suo come il secondogenito Filippo Graziani venga ora associato, principalmente, a operazioni come quella di questo 80 Buon Compleanno Ivan – Live in Teramo: il percorso artistico di Filippo – e anche quello del fratello Tommy, batterista nella sua band – sembra avviato a diventare simile a quello dell’altro “figlio d’arte” eccellente Cristiano De André, col ruolo primario di geloso custode e interprete filologico dell’eredità paterna. Pazienza: pazienza soprattutto perché questo nuovo, doverosissimo tributo, che vuole celebrare idealmente l’ottantesimo compleanno di Ivan, è innanzitutto un’opera di tutto pregio: una testimonianza palpitante – nonché dalla produzione curatissima e sontuosa – del concerto che Filippo Graziani, insieme a un pugno di altri artisti (tra questi Ditonellapiaga, Frankie Hi-NRG MC ed Eugenio Finardi, solo per citare i più noti) tenne nella Teramo che diede i natali a suo padre, il 29 agosto 2025.

Commentando questo doppio album dal vivo, che si compone di 24 canzoni che spaziano lungo gran parte della carriera di Ivan Graziani (sono esclusi solo i primi tre LP di produzione indipendente, e il di molto successivo, un po’ opaco Piknic), Filippo Graziani ha dichiarato di aver voluto riattualizzare a beneficio di un pubblico contemporaneo il sound e l’impatto dei classici del padre, senza tradirne l’essenza. Un’operazione che diremmo sostanzialmente riuscita, con qualche precisazione: nei pezzi suonati dal solo Filippo con la sua band, infatti (che costituiscono l’ossatura principale del disco) è molto evidente la scelta precipua di mantenere un legame diretto, se non con la lettera del suono (passateci l’espressione) col mood emotivo che caratterizzava le composizioni, e soprattutto le esecuzioni dal vivo, dei brani di Ivan Graziani. In questo senso, le reinterpretazioni live di Filippo sono filologiche non perché riproducano tal quali i pezzi suonati in studio da Ivan, e neanche le sue successive esecuzioni live: ma perché, essendo Graziani senior, di suo, uno sperimentatore e un innovatore – molto più di quanto gli venga normalmente riconosciuto – non è difficile pensare che lui stesso, fosse stato ancora tra noi, avrebbe oggi “vestito” i suoi classici di arrangiamenti simili. Arrangiamenti che soprattutto contestualizzano, sviluppano ed esaltano il mood delle composizioni originali, in perfetta continuità con quanto faceva dal vivo, quando si esibiva, lo stesso Ivan Graziani.

Ne è un plastico esempio l’apertura del disco (e del concerto) che non poteva che essere quella di Fuoco sulla collina: un brano dallo sviluppo potente ed epico, che oltre ad essere, a parere di chi scrive, il capolavoro di Ivan Graziani – e lui stesso condivideva quest’idea – rappresenta anche, nel testo, una palpitante e onirica allegoria degli anni ‘70, dei loro sogni (effimeri) di rivoluzione e del loro attraversamento da parte di tanti giovani di allora. Proprio la lunga, ipnotica intro che Filippo regala a questo brano, che ne esalta il climax e la successiva esplosione rock, è un perfetto esempio della filologia “progressista” – nel senso della capacità di attualizzare e mantenere viva la materia originale – che caratterizza tutte le reintepretazioni delle composizioni paterne a opera di Graziani jr. Un atteggiamento che viene coerentemente mantenuto da Filippo e dalla sua rodata band sia nei brani più tirati e rock (tra questi Nino Dale and His Modernists, tributo autobiografico di Ivan alla sua prima band, l’hard rock “etnico” di Taglia la testa al gallo, il disperato urlo rock and roll di Angelina, e il manifesto personale/musicale de Il chitarrista); sia nelle proverbiali, malinconiche ballate a cui viene spesso associato tuttora (in modo non sbagliato, ma certo riduttivo) il nome di Ivan Graziani: le immortali Agnese e Lugano addio (toccante chiusura dell’album, cantata da tutti gli ospiti insieme al pubblico di Teramo), ma anche la poco ricordata ballata soul Parla tu, nonché l’inquieto pop melodico di Sabbia nel deserto, rappresentazione in chiaroscuro della vita di provincia molto tipica della scrittura di Ivan. Una menzione a parte merita Maledette malelingue, che nel 1994 segnò l’approdo di un Graziani già sofferente – ma tutt’altro che fuori forma – sul palco di Sanremo, oltre che il brano portante del suo ultimo disco in studio: il nuovo arrangiamento del pezzo (che narrava, in modo solo apparentemente lieve, di un amore/amicizia tra una quindicenne e un uomo adulto, e soprattutto dell’ostracismo da esso provocato nei benpensanti) ne esalta il carattere di forte richiamo emotivo per i fans, quello di un ritorno che avrebbe segnato anche (retrospettivamente) un addio.

I tanti interventi di ospiti presenti in questo 80 Buon Compleanno Ivan – Live in Teramo ne ampliano certamente atmosfere e varietà sonora (coerentemente col già ricordato eclettismo che caratterizzava la produzione di Ivan Graziani) anche a costo di spingere le riletture personali fino al punto di far storcere il naso, forse, a qualche purista. In questo senso, per quanto ci riguarda, se risulta particolarmente indovinato il rap che Frankie Hi-NRG Mc introduce nelle maglie del cupo blues di Porto canale, si fa un po’ più fatica a digerire il timbro vocale (così lontano da quelli dei due Graziani, padre e figlio) di Eugenio Finardi nelle interpretazioni di Il prete di Anghiari e soprattutto L’italianina – brano incluso nel disco postumo del 2024 Per gli amici; mentre il cantato di Mario Biondi, parimenti legato a tonalità lontanissime da quelle di Graziani, funziona decisamente meglio sulla rockeggiante Pigro che su una ballata iconica quale Firenze (Canzone triste): al punto che durante quest’ultima, quando nel ritornello la voce di Biondi viene infine sostituita da quella più familiare e “in tono” di Filippo Graziani, viene spontaneo un “finalmente”. Restando agli “ospiti” – sempre che si possano definire tali – molto indovinata risulta invece la presenza di Margherita Carducci aka Ditonellapiaga, che reinterpreta con gusto e personalità tanto il pop di Limiti (Affari d’amore) – brano in cui Ivan esplorava in modo solo apparentemente leggero, in realtà (pro)positivo e in anticipo sui tempi, l’omosessualità e la sua stigmatizzazione – quanto l’hard rock chitarristico, hendrixiano, di Doctor Jekyll and Mr. Hyde. Assolutamente in mood (oltre che in un certo senso necessaria) anche la presenza dei membri della band storica di Ivan, Carlo Simonari, Bip Gismondi, e Pasquale Venditto, che arricchiscono del loro timbro sonoro tanto la malinconia soul di Solo arte, quanto il trascinante, divertito e sboccato manifesto rock di Prudenza mai. Discorso analogo vale infine per Lucio Corsi, il cui cantato si integra perfettamente a quello di Filippo Graziani nelle co-esecuzioni di Scappo di casa (disperata storia di marginalità sociale in forma di ballad) e del rock blues divergente e ipnotico di Monna Lisa.

Nel chiudere l’analisi di un prodotto comunque assolutamente necessario per ogni cultore della musica di Ivan Graziani (ma diremmo anche per ogni cultore della buona musica tout court) come 80 Buon Compleanno Ivan – Live in Teramo, bisogna infine sottolineare due aspetti – uno positivo, l’altro un po’ meno: da una parte l’eccezionale, quasi maniacale cura del suono a opera dello stesso Filippo Graziani e di Marco Battistini, con un lavoro di mixaggio capace di rendere al meglio il clima live delle esecuzioni senza sacrificare nulla quanto a limpidità e chiarezza dei singoli interventi strumentali; dall’altra, il fatto che l’edizione in vinile – per cui si è scelto di mantenere il formato del doppio album – oltre ad avere un diverso ordine delle tracce, ne conta quattro in meno (precisamente Nino Dale and His Modernists, Gran Sasso, Sabbia del deserto e Angelina). Una scelta che sarà anche dettata da ragioni di formato, come viene evidenziato dall’etichetta discografica, ma che comunque per l’acquirente del vinile si fa sentire; ciò anche in considerazione della differenza di prezzo tra i due formati (il rapporto, come usuale, è di 1:2) e del fatto – forse ancora più grave – che il ricco booklet fotografico presente nel doppio cd viene “sintetizzato”, nell’edizione in vinile, da un mero collage di foto in bianco e nero presente nella custodia interna dei due dischi. Non proprio la stessa cosa. Un vero peccato, perché l’uscita di un album come questo – artisticamente tanto valido, e insieme tanto curato a livello tecnico – meritava certo una diversa considerazione per i tanti ascoltatori di musica in vinile. Anche, e soprattutto, visto il target anagrafico medio-alto a cui in teoria l’operazione si rivolge. Pazienza.

Marco Minniti

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