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AETERNO DORIAN CLUB
una visione da “Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.
Drammaturgia e regia: Matteo Fasanella
Con: Costantino Seghi, Diana Forlani, Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti, Lorenzo Martinelli
Voce off: Gianni De Feo
Aiuto regia: Virna Zorzan
Allestimento scenico: Alessio Giusto
Costumi: Nicolò Berti
Assistente alla regia: Vivian Guarnieri
Coreografia: Valentina Falanga
La musica elettronica colpisce duramente nelle sale oscure dell’ “Aeterno Dorian Club”: due ballerine (Diana Forlani e Sabrina Sacchelli) si muovono sensuali sul palco del locale quando fa il suo arrivo un giovane dall’aria magnetica e al tempo stesso inquietante (Costantino Seghi). E’ Dorian Gray, uomo della cui reale esistenza si è vociferato per oltre cento anni. Nei meandri del suo club, dove sembra essersi volontariamente recluso, è tempo di ripercorrere la sua storia e i suoi tormenti, fin da quando, durante l’ottocentesca epoca vittoriana, diventa l’oggetto di un ritratto realizzato dal mite Basil Hallward (Nicolò Berti), pittore ammaliato dall’avvenenza di Dorian al quale, oltretutto, finisce per presentare il decadente Lord Henry Wotton (Lorenzo Martinelli). L’influenza di quest’ultimo è deleteria: egli infatti ha uno stile di vita edonostico e predica ardentemente il valore della bellezza, ritenuto l’unico, autentico punto di riferimento tangibile. Colpito dai discorsi di Henry, Dorian decide presto di esorcizzare la dannazione della morte facendo sì che sia il quadro di Basil ad invecchiare al posto suo. Questa scelta non è però la chiave della felicità poiché, com’è noto, le cose vanno in modo molto diverso e ciò che sembra una benedizione si rivela tutt’altro. Ma come è possibile che l’immortale, bellissimo ragazzo sia ancora vivo ai giorni nostri? E quale effetto ha provocato la sua presenza durante il tempestoso ventesimo secolo? La leggenda ha fatto sì che siano stati tanti gli artisti che lo hanno cercato, anime tormentate che hanno pensato di trovare in lui le risposte che li ossessionavano, senza trovarne. Ognuno di loro è riuscito a diventare a suo modo un mito proprio grazie a ciò che Dorian manca: la morte. E’ così che Zelda Fitzgerald (Diana Forlani), Andy Warhol (Nicolò Berti), Virginia Woolf (Sabrina Sacchelli), David Bowie (ancora Diana Forlani) e John Lennon (Lorenzo Martinelli) fanno la loro comparsa, fantasmi del passato con cui Dorian deve ancora fare i conti. E con i quali parla a lungo dei numerosi dilemmi affrontati da sempre da uomini e donne e per i quali, probabilmente, non c’è soluzione. Il dolore e la dannazione eterna cui è condannato Dorian, però, potrebbero essere qualcosa che nemmeno il suo “vero” creatore, lo scrittore Oscar Wilde, desidera infliggergli. Il finale è una piccola sorpresa.

Scritta e diretto da Matteo Fasanella, la pièce è andata in scena al Teatrosophia di Roma dal 19 al 23 novembre e poi ancora dal 26 al 30 novembre. Si tratta di una sorta di esperimento drammaturgico che rivisita in chiave moderna un capolavoro letterario del passato, rispettando fortemente il materiale originale e accentuandone i toni gotici e “dark”: quasi un marchio di fabbrica per il collettivo teatrale “Dark Side Lab Theatre Company”. Il libro di Wilde è dunque miscelato con le tendenze artistiche novecentesche, una colonna sonora suggestiva e un po’ la voglia di giocare con la storia stessa (come quando si allude alla presenza di Dorian tra i passeggeri del Titanic). Il risultato è un interessante ragionamento su ciò che realmente può definire l’immortalità, sull’importanza dell’arte e su ciò che davvero finisce per contare durante l’esistenza (e la morte) di una persona. Concetti forse non proprio nuovi, ma comunque argomentati in modo stimolante e utilizzando meccanismi narrativi che assicurano il coinvolgimento del pubblico e l’immersione nell’atmosfera dello spettacolo. Fin dall’inizio, infatti, sembra di addentrarsi in un mondo sotterraneo, un angolo dei cui segreti stiamo per essere messi a parte: è quando il direttore artistico del Teatrosophia, Guido Lomoro, legge una breve introduzione agli spettatori ancora in fila nel foyer, per permettere l’accesso in sala solo nel momento preciso in cui parte una musica che, ad alto volume, avvolge il pubblico che prende posto nel teatro già buio. Che si tratti di un’esperienza che parla di passioni forti lo si capisce subito, travolti dalla prima scena ad alto contenuto erotico, prima di entrare nel vivo della vicenda che, di tanto in tanto, non disdegna i toni horror. Nonostante l’impressione che qualche volta si cerchi di mettere troppa carne al fuoco, si rimane tuttavia conquistati dalla buona prestazione del cast e dalla brillante regia, anche grazie ad un ottimo utilizzo delle luci che, in pochi istanti, permette ai personaggi di apparire quasi dal nulla o, al contrario, di svanire sorprendentemente. Un’opera intrigante, dunque, e fuori dal comune per chi però non disdegna una serata a tinte forti.
Massimo Brigandì

