Dario Germani e l’horror: un viaggio originale e personale che ha esplorato, negli anni, i temi più divergenti del genere. Dopo The Slaughter e la ripresa del filone antropofago (ispirato da Antropopahagus di Joe D’Amato del 1980) con Antropophagus II (2022) e Antropophagus -Le origini (2024), con Angelus Tenebrarum il regista mette in campo un classico del genere: l’esorcismo.

Di Antropophagus – Le origini riprende l’ambientazione ungherese: è in un palazzo di Budapest che vive Erika (una bravissima Ilde Mauri), cameriera aspirante scrittrice, in un appartamento destinato ad accogliere il Male dietro le sembianze dell’amato fratello Alex (interpretato dallo stesso regista), entomologo per il cui destino fatale “galeotto fu il coleottero”. Ma al suo Angelus Tenebrarum, Germani dà un respiro internazionale: da Budapest alle Filippine, dall’Italia a Malta, le riprese mostrano panorami mozzafiato e giungle soffocanti, appartamenti infestati e classici riferimenti ad un Vaticano cui gli esorcisti fanno capo – per poi, regolarmente, ignorarne le prudenti direttive. D’altronde, Germani è anche un apprezzato direttore della fotografia; ed in quest’ultima sua opera il suo talento si mostra inequivocabile, soprattutto negli esterni maltesi, quasi da cartolina.

Ecco, Malta è la novità più pregnante di Angelus Tenebrarum: non tanto perchè è lì che fanno capo i flashback dell’esorcista padre Laszlo (un inquietante ed ambiguo Ermanno De Biagi), quanto per la scelta originale di effettuare gli esorcismi alla luce del sole, sulla cima di una roccia, anziché in una classica stanza buia, con crocifissi e indemoniati che si contorcono come la storia (a partire dal cult L’Esorcista di William Friedkin) ci ha sempre mostrato. E questa scelta ce li rende, paradossalmente, ancora più angoscianti e minacciosi: se le tenebre si mostrano apertamente, alla luce del sole, ed il Male non è confinato in una stanza ma dilaga ovunque, senza freni, allora nessun luogo è sicuro.

Germani affronta il tema della possessione demoniaca “con astuzia e perizia ed unendo sempre un poco di furbizia”, per dirla alla Cristina D’Avena (la parentesi sanremese e la serata cover in cui ha cantato Occhi di Gatto con le Bambole di Pezza ha lasciato il segno in chi scrive): al filone classico offre soluzioni originali e non scontate, coadiuvato da un buon cast (oltre ai già menzionati Ilde Mauri, Ermanno De Biagi e lo stesso Dario Germani, ricordiamo, tra gli altri, Giuditta Niccoli, Klara Gonda, Robert Madison, Beatrice Simonetti, Mario De Candia) e da un ottimo comparto tecnico, dagli effetti speciali di David Bracci al montaggio serrato di Lorenzo Fanfani, fino all’intrigante utilizzo del sonoro ed alle musiche di Simone Pastore. Un’operazione accattivante e riuscita, un film da non perdere per chi ama il genere.
Michela Aloisi
