Antropophagus: Le Origini. Sequel o prequel?

Dario Germani ripercorre le orme di Joe D'Amato per un horror ad alto tasso di cannibalismo

Tre anni fa, Dario Germani riportò sullo schermo il mito di Antropophagus, film cult del 1980 di Joe D’Amato (alias Aristide Massaccesi), con il suo Antropophagus II: non un sequel, né una rivisitazione, ma una storia tuttaffatto nuova, con un cannibale originale rinchiuso nel claustrofobico bunker del Monte Soratte. Ora, il regista si confronta più direttamente con il suo mito, in una pellicola che con la primigenia di D’Amato ha non solo diversi punti di contatto ma da quella – potremmo dire – si sviluppa, lasciando aperta la porta ad una nuova saga cannibale.

Antropophagus: Le Origini, infatti, è al tempo stesso un sequel ed un prequel: la protagonista, Hanna (una bravissima Valentina Corti), è la figlia sopravvissuta di quel Klaus Wortmann che è stato il cannibale del film di D’Amato (interpretato allora da George Eastman, e presente nel film di Germani in una significativa scena estratta proprio dalla pellicola del 1980), venuta a vivere in Italia da bambina dopo la tragica morte in mare dei genitori (e prima, si suppone, degli eventi di Antropophagus). Insieme a lei, troviamo un altro personaggio nuovo ma legato a quel passato: Hugo (un conturbante e versatile Salvatore Li Causi), cugino di Hanna, figlio del fratello di Klaus, che vive in Ungheria. Se Hanna e Hugo sono il futuro, il sequel della storia iniziata negli anni Ottanta, con loro Germani fa scoprire al pubblico – grazie a numerosi flashback – ciò che è successo prima: è il prequel di una storia di cannibalismo che ha le sue origini molti anni prima, proprio in Ungheria.

Il film ha un inizio da poliziesco anni Settanta: un efferato omicidio, quello del marito di Hanna, fa crollare il mondo attorno a lei. Sospettata del delitto, si vede costretta a scappare in Ungheria per difendere l’unica ragione di vita che le è rimasta: il figlio che porta in grembo. Qui il poliziesco lascia spazio al thriller ed all’orrore vero e proprio: a Budapest chiede infatti aiuto a suo cugino Hugo, che la trascina però in una spirale di violenza destinata a coinvolgere un oscuro passato e una discendenza di sangue con cui fare i conti. Passato e presente si intrecciano, i flashback dei due fratelli, sopravvissuti e tornati in patria dai campi di concentramento nazisti, si alternano con gli accadimenti di oggi, i due cugini rivivendo, per certo verso, le personalità dei propri padri. Ecco,particolarmente interessante è proprio questo storytelling a margine, che tocca i punti salienti della storia ungherese, dalla povertà del dopoguerra all’ascesa del regime comunista, dai moti del 1956 fino alla definitiva rottura famigliare, che vede Klaus lasciare il Paese e trovare casa in Grecia. Un racconto che vuol essere il vero prequel di Antropophagus, svelando le origini di una dinastia di cannibali che ha le sue radici in un passato lontano.

Un omaggio dichiarato, quello di Germani; se con il suo Antropophagus II si era discostato dalla storia originale, ponendo il focus sulla mattanza in sé, ai limiti dello splatter, complice la suggestiva e claustrofobica location, ora il regista si riallaccia direttamente a D’Amato: chiare citazioni, brevi estratti come la scena del canotto, fino al gran finale, il ritorno alle bianche vie di quell’isola greca dove tutto ebbe inizio, alla villa con il suo scalone e le catacombe sottostanti, che fu teatro del primo massacro. Nella realtà, le vie di Sperlonga e Villa Crespi; ma il cinema, si sa, vive di illusione, e quella creata da D’Amato era perfetta. Dario Germani le ricrea con perizia e rinnovata oscurità, riportando il mito dell’antropofago degli anni Ottanta in piena luce, dando un inizio ed un senso ad un orrore che – forse – non avrà mai fine.

Michela Aloisi

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